04 novembre 2013

TtA #26 - TdV #2 - la furia di Testa di Vespa

TESTA DI VESPA #02
immaginate che una cosa del genere sia la TESTA di un uomo
 
LA FURIA DI TESTA DI VESPA


La fuga di Adrian durò tutta la notte. Volò per la città, senza meta, impaurito di quello che era diventato e quello che sarebbe potuta diventare la sua vita. Si immaginò braccato dall’esercito, legato ad un tavolo per essere sezionato da scienziati pazzi, esibito nel freak show del tendone di un circo. In lontananza sentì il rotare delle pale di un elicottero. Temendo le forze dell’ordine si fossero già mobilitate alla sua ricerca, decise di fuggire verso la campagna. Quasi istintivamente si diresse verso il luogo dove era stato punto quel pomeriggio.

“Quel maledetto insetto” pensò, “Qualunque bestia fosse, mi ha fatto qualcosa! Lo troverò e… e…”.

Si bloccò rendendosi conto di quanto fossero ridicoli i suoi pensieri.

“Che cazzo voglio fare? Che possibilità ho di ritrovare proprio quella vespa? E se la trovo cosa faccio? La schiaccio e ritorno normale? Non penso proprio. Potrei chiederle di insegnarmi come costruire un nido. Posso parlare con le vespe e gli insetti? Possiedo poteri di qualche tipo, a parte avere una testa di vespa che mi fa volare? Che tra l’altro, visto come sono fatto, con la testa di vespa e il corpo di uomo, praticamente volando dovrei autoimpiccarmi. Oddio! Morirò auto impiccato o ucciso dal DDT e se mi va bene non avrò più amici né fidanzate. A meno che non mi fidanzi con una vespa. Esisteranno vespe regine come con le api regine o… oddio, sono una testa di vespa e non so nulla delle vespe. Dovrei andare a documentarmi. Ma come faccio? Se entro a casa mia, ai miei piglia un infarto. E se vado in un internet point… di sicuro non mi faranno entrare. Oddio! Mio padre! Mi ha visto in queste condizioni…”.

Un lontano rumore di automobile interruppe i suoi pensieri. Si nascose dietro ad un albero, e osservò in lontananza una piccola carovana di sei macchine dirigersi verso la cascina di coloro che aveva chiamato “i fanatici del biologico“.

“uhm… potrei chiedere loro di accogliermi. Voglio dire, se sono amanti dei prodotto biologici dovrebbero essere anche naturalisti. E cosa c’è di più naturalista che accogliere un uomo vespa? Cioè, un uomo con la testa di vespa?”

Si sollevò in volo, e arrivato alla cascina, vide che le automobili in realtà erano sei furgoncini da trasporto. Vide una ventina di uomini in tutto scaricare dei fusti di metallo, e trascinarli verso la campagna.

«State attenti a quella porcheria» urlò quello che sembrava essere il capo, un uomo basso, grassoccio e calvo. «Ricordatevi che non è roba salutare».

«Cacchio, capo» gli disse uno degli altri, magro e alto, «Passi che è una porcheria, ma proprio di notte dobbiamo trasportarla?».

«Cazzo, sei un demente! Vuoi farlo in pieno giorno? E se qualcuno ci vede? Siamo un’ecomafia, abbiamo un duro lavoro da fare, ma rende! Muovi il culo e trasporta quel coso».

“Ecomafia? Ho sentito bene? Ma non dovevano essere patiti del biologico?” pensò Adrian, che continuava a spiarli nascosto.

Gli uomini si addentrarono nella campagna trascinando alcuni fusti di plastica, illuminando la strada con torce elettriche.

«Seppelliamo tutto qui. È una delle poche zone rimaste libere» disse il capo ridendo.

«Ma qui è dove c’erano le vespe» protestò lo stesso uomo di prima.

«Le ho fatte fuori io oggi pomeriggio» disse un terzo.

«E comunque anche se non le avesse fatte fuori lui» riprese il capo «Ci avrebbero pensato le schifezze».

«Però non capisco: sappiamo che i campi sono contaminati, perché li coltiviamo e vendiamo patate, frutta e verdure spacciandole per biologiche?» chiese ancora l‘uomo alto e magro. Non doveva essere troppo sveglio.

«Perché siamo fottuti bastardi» rispose il capo sghignazzando. Gli altri uomini gli fecero coro con una sonora risata.

Uno degli altri uomini distribuì badili e vanghe a tutti. Camminando, inciampò in una radice, urtò uno dei fusti, che cadde a terra scoperchiandosi, e versando il proprio contenuto giallognolo fluorescente.

Adrian aveva sentito e visto abbastanza per quanto potesse sopprotare: infuriatosi, decise di attaccare il gruppo!

«Maledetti!» urlò, «Voi avete avvelenato la natura, e lei ha mandato me per punirvi!».

Gli uomini, sentendo un ronzare indistinto nell’aria, illuminarono con le torce il cielo alle loro spalle e rimasero a bocca aperta nel vedere l‘uomo con la testa di vespa.

«Capo, e questo chi è?» disse uno.

«E io che ne so? Stendiamolo, poi gli facciamo domande».

Il gruppo iniziò a lanciargli sassi raccolti da terra. Qualcuno provò a tirargli il badile che aveva in mano, mancandolo.

Adrian reagì appallottolandosi in modo che il proprio gastro [parte posteriore della vespa, NdAutore] puntasse i nemici. Sparò uno dopo l’altro una serie di pungiglioni che per la maggior parte andarono a segno, causando forti dolori e gonfiori istantanei e quasi bizzarri ai bersagliati. Questi si gettarono a terra in preda all’agonia, mentre i pochi risparmiati fuggirono verso le automobili. Adrian li precedette: atterrò davanti ai veicoli, ne sollevò uno e lo gettò contro un altro. Ne ribaltò un terzo, e con gli artigli spuntatigli sulle mani, squarciò i pneumatici dei restanti.

«Bastardo!» gli urlò il capo della banda, estraendo una pistola e sparandogli contro. Il proiettile fece centro, ma rimbalzò sulla sua pelle. Adrian iniziò a fare vibrare le ali: creò un suono così forte da stordire gli avversari, rompere i finestrini dei veicoli ancora intatti, staccare parte dell’intonaco della cascina e risvegliare tutti gli animali in un raggio di un chilometro. Vespe, api e calabroni si levarono in volo e accorsero sul posto, pungendo indistintamente i membri della banda.

«Basta, basta!» urlò il capo.

Adrian cessò la vibrazione e gli si avvicinò con un breve volo. Gli parò dicendogli qualcosa che l’uomo percepì solo come un minaccioso ronzio.

«Ti prego, basta, basta, mi costituisco!>. Estrasse il cellulare e chiamò i carabinieri.

«Vi prego, venite a portarmi in galera. Insieme ad un ambulanza» disse dopo aver spiegato tutto.



Adrian si appollaiò sul tetto della cascina, fino all’arrivo a sirene spiegate di una nutrita pattuglia di carabinieri armati di tutto punto. Il mafioso e i pochi suoi sottoposti in grado di camminare gli si fecero incontro a mani alzate. Il comandante dei carabinieri gli disse qualcosa, e l’uomo indicò verso l’alto. Adrian spiccò il volo insieme al nugolo di vespe, api e calabroni che lo avevano aiutato nell’impresa.

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