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15 giugno 2016

Greatest Hits: i racconti

Questo è un blog dove ho anche postato dei racconti, li avrete letti (?) tutti (nel senso: tutti i racconti e tutti voi, quindi "??").
É da un po' che non scrivo, non perché in preda al blocco dello scrittore ma perché è così, sono lunatico, pigro, mi obero di troppi impegni e ne porto avanti pochi e pure male.
Ma i racconti ci sono, sappiatelo. E abbiatene una lista, finalmente! Così potrete dire: "ce l'ho, mi manca".





TALES TO ASTONISH

01 Nebbia
02 il mondo degli omini carini (aka; outt aut dei faiar)
03 febols
04 il colloquio
05/06 double feature
07come sgominare una banda di avventureri
08 vamputtana
09 gli uomini preferiscono le zombie
10 vampires suck! un'altra stupida storia di vampiri e licantropi
11 la macchina del tempo
12 psionici #1
13 la biblioteca
14 il giorno in cui il mondo si fermò
15 l'ultimo capodanno del mondo
16 all'inferno
17 Incipit ad ambientazione esotico-tribale
18 Macchina di Vendetta
19 Cliff Hanger, investigatore privato
20 Gli insoliti casi di Fratello Nicodemo #1
21 Fratello Nicodemo #2
22 l'automobile che non si poteva fermare
23 Testa di Vespa #1
24 i film che non vedrete mai 1 harrypotterelapurgafilosofale
25 La singolare associazione
26 Testa di Vespa #2
27 i film che non vedrete mai 2 tuttipazzipermarypersempre
28 fratello nicodemo #3
29 i film che non vedremo mai 3 laleggendadell'androideabramolincoln
30 l'uomo con l'accetta (azzurro impiegatizio)
31 grand guignol
32 La guerra dei pioppi
33 Fratello Nicodemo #4 
34 Memorie di un aspirante suicida
35 non è facile essere come gianni (azzurro impiegatizio)
36 i film che non vedrete mai 4 50shadesofnathangrey
37 Il Necrofago 
38 i film che non vedrete mai 5 l'ultimo uomo sulla terra
39 la canzone di seppellitrice
40 i film che non vedremo mai 6 dragonbravehart
41 Zombie Cat Fight
42 il sottopassaggio
43 la Belva di Loch Craft

ai quali aggiungiamo anche one-shot di una fanfiction.

Quanta fatica per un blog che non segue nessuno! 

19 febbraio 2016

TtA#43 - La Belva di Loch Craft

La città di Blackburg sorge lungo il fiume Upslide, che qualche chilometro più a valle, sfocerà nel Loch Craft. La città deve il suo nome al singolare colore delle rocce delle montagne circostanti. Nessuno ne sa il motivo, né nessuno ha mai pensato di studiarlo, perché gli abitanti della zona hanno ben altro a cui pensare. Pare infatti che nella regione imperversi una creatura, un animale, i più ormai la chiamano La Bestia, che per sfamarsi, dopo il calar del sole attacca e sbrana animali selvatici, bestiame scappato all’allevatore, o malcapitati viandanti.
Le poche testimonianze di tale Bestia, ne parlano come di una creatura vaga
mente antropomorfa, delle dimensioni di poco maggiori di quelle di un uomo, ricoperta in parte di pelo nero, e dall’odore aspro e sgradevole. Emette suoni simili a ruggiti, e si avventa sulle prede con fare violento. L’allevatore William Samuleson, una trentina di anni fa, nel ricercare una mucca mancante al rientro in stalla, la vide soccombere a un mostro simile, ammalandosi per lo spavento e morendo in capo a pochi giorni.
Più volte gli uomini del villaggio si organizzarono in battute di caccia per stanare e uccidere tale  Bestia, che però risultò troppo scaltra: non solo non si fece mai trovare, ma riuscì, in alcuni casi, ad aggredire o uccidere i suoi stessi cacciatori. 
Paul Jenkins fu ritrovato con le gambe mutilate e una smorfia d’orrore dipinta sul volto. A Malcom Masterson, mancava proprio il volto. Bobby Cuffy non fu mai più ritrovato. Il gendarme Sullivan, mandato in loco dalle autorità per indagare su questa spiacevole faccenda, non arrivò mai a destinazione.
Per diversi anni le ricerche si fermarono, e gli abitanti di Blackburg si limitarono a tapparsi in casa durante la notte. Fino a quando Patrick Duff, genero del Samuelson sopracitato, ubriaco, si attardò a rientrare a casa dopo il tramonto. Di lui si udirono solo grida di aiuto, soffocate dal grugnire di un animale, e poi più nulla. La mattina dopo, la moglie ritrovò la sua camicia intrisa di sangue.
“Per colpa di questo animale ho perso il padre e il marito” disse la donna. 
“Che io sia dannata se non la ucciderò o morirò nel tentativo di farlo”.
Nonostante le amiche e i compaesani cercassero di dissuaderla, la donna prese la carabina del marito e si avviò nella foresta. Non tornò mai più, inutile  dirlo. I suoi vestiti furono ritrovati vicino al lago, sporchi di sangue. Da allora la Bestia scomparve per una decina d’anni. Gli abitanti del villaggio si chiesero se la signora Keira Samuelson-Duff avesse portato con sé l’empio animale. Ma non fu così: la tregua durò un anno, fino a quando, con maggior ferocia, la Bestia tornò, facendo razzia di pecore e agnelli, già prima del tramonto.
La serie di attacchi funesti terminò con la morte di Sorella Agnes, religiosa giunta in paese per curare una propria parente, la vedova dell’anziano signor Nealy.
Di nuovo le aggressioni cessarono, per diverso tempo.
Tra la folla avanzò quindi l’idea che, seppur non definitivamente, la fame della Bestia venisse sedata almeno più a lungo, di fronte a prede di sesso femminile.
L’animale tornò poco più di un anno dopo, depredando due pollai, uccidendo ben cinque capre e mutilando tre mucche. Le razzie terminarono con il rapimento della povera Ally Stauton, la giovane figlia del fornaio. Di lei si ritrovò solo lo scialle azzurro e bianco, sporco di fango, erba, sangue e lunghi e ispidi peli neri.
Qualcuno osservò che a questo punto, piuttosto che venire funestati dalle sanguinose scorribande, convenisse offrire volontariamente in sacrificio una giovane che calmasse l’ira funesta del predatore.
Le discussioni si protrassero a lungo, tumultuose anche al di fuori della forma verbale. Padre Nelson invitò tutti alla calma, il gendarme Nichols dovette sedare parecchie risse, e toccò quindi al Sindaco Powers risolvere la questione nell’unico modo possibile: con una votazione. Dapprima si indisse un referendum sul voler o meno creare questa istituzione del sacrificio. Con parecchie contestazioni, alla fine vinse il fronte del sì. Il passo successivo fu quindi decidere come ciò dovesse svolgersi.
Venne deciso che la sacrificata venisse sorteggiata tutte le giovani in età di marito e quelle meno giovani ma non sposate o vedove, i cui nomi venivano incisi su una targhetta di ferro inserita sul fondo di un grande calderone. Dall’anno successivo, tutte le parenti fino al secondo grado della sorteggiata sarebbero state esentate dall’estrazione, fino a quando ogni famiglia non avesse dato il suo contributo. 
Il sorteggio avveniva al tramonto, e la prescelta, aveva diritto a passare la sua ultima notte con un uomo a sua scelta, sposato o meno, il quale non poteva rifiutarsi. Né era previsto che chiunque potesse opporsi. La mattina dopo, la famiglia della sorteggiata riceveva regali da parte delle altre famiglie della città, e in onore della donna o ragazza che fosse, veniva organizzata una processione seguita da un banchetto. La festa durava fino al tramonto quando la prescelta riceveva la confessione da padre Nelson, e la sua famiglia la benedizione. A questo punto il gendarme Nichols, il cacciatore Mick Pallins e altri concittadini accompagnavano la ragazza alla rocca di fronte al lago, dove, con indosso una sola veste di lino bianca, veniva incatenata e abbandonata per la notte. Storie strazianti di addii e tentativi di fuga, si narrano di quei giorni, ma col passare del tempo, venire sorteggiata, o essere parente della sorteggiata, era diventato un onore, e il sacrificio levava la famiglia della prescelta a un livello sociale più alto più o meno come in altri luoghi lo era avere un parente vescovo o giudice.
I ruoli di sindaco, gendarme, cacciatore e sacerdote del villaggio avevano assunto un ruolo ancora più istituzionale, tanto che ognuno di essi nominava il proprio successore, andando talvolta contro le norme indicate dalle loro cariche.
Quell’anno la sorte scelse Nelly Leary, la figlia dei contadini che avevano una tenuta poco a nord della città. Nelly era molto amica della sorteggiata dell’anno precedente Sarah O’Hara, e ne sentiva molto la mancanza. Quando la targhetta con il suo nome venne estratta dal calderone, si sentì molto sollevata. Decise di passare la notte insieme al giovane Martin Holden, il figlio del fabbro, un ragazzo grosso, robusto, forse un po’ rozzo e goffo con il gentil sesso, ma con occhi azzurri e due spalle poderose. Si disse molto dispiaciuto che fosse stata lei la sorteggiata. Lei scrollò le spalle e lo baciò. La notte non fu di quelle da ricordare, ma per Nelly sarebbe stata l’unica, quindi poco male. All’uscita dal loro nido d’amore (una camera da letto appositamente arrangiata presso il Municipio), tutto i concittadini accolsero la ragazza con un fragoroso applauso. Le donne del villaggio, insieme alle sue amiche, la truccarono, pettinarono e vestirono per la processione, che si svolse per le vie principali della città. Lei, accompagnata da Martin, su un calesse preceduto da amiche e parenti che spargevano per terra petali di fiore. Il banchetto fu quasi esagerato: le cuoche e i cuochi delle locande della città fecero a gara per offrire il piatto migliore. Nelly sedette al centro della grande tavolata nella piazza principale, insieme alla sua famiglia. Sua madre Isabell si mostrò molto commossa, mentre il padre Nathaniel amareggiato per la perdita della sua unica figlia. I tre fratelli, Nathan, Norbert e Nicholas erano arrabbiati con il destino crudele che avrebbe portato via la loro sorella maggiore.
Tutti le stettero vicino per tutto il tempo, tranne Nathan, che ad un certo punto si allontanò. Nelly lo vide ricevere qualcosa da Martin. Quando tornò a sedersi a tavola lei lo interrogò.
“Cosa ti sei detto con Martin? Ho visto che ti ha consegnato qualcosa. Cos’era?”.
Il giovane rispose in modo vago, dicendole che si era sbagliata perché non si erano passati nulla. La ragazza si infuriò e corse da Martin, interrogandolo per avere risposte. Lui arrossì e balbettò, si allontanò e vide da arrivare da lontano il Sindaco Powers
Questi volle avvicinarsi e conferire con Nelly, per ringraziarla, come già fatto nel discorso all’apertura del banchetto, per il suo coraggio e il sacrificio. La baciò sull‘angolo della bocca, in un modo e con uno sguardo che i tre fratelli giudicarono inopportuno.
“Porco maiale, chissà come mai dalla sua famiglia non è mai stata sorteggiata nessuno” disse Nathan a bassa voce.
La festa continuò fino al tramonto. Nelly venne riportata a casa, dove padre Nelson la confessò. Il parroco si disse contrario all’idea che una nubile e un celibe dormissero insieme, anche in quella situazione estrema, ma così era stato deciso e non ci poteva far nulla. Allontanatosi, arrivarono le donne del villaggio. Nelly si spogliò ed esse la vestirono con una tonaca di lino fina, che sarebbe stato il vestito con cui avrebbe aspettato la Belva. La madre la strinse a sé e le donne la salutarono calorosamente ancora una volta. Uscita dall’abitazione, di nuovo un saluto a tutti i famigliari e concittadini. Poi si incamminò nell’ultima processione, che l’avrebbe condotta alla rupe dove sarebbe stata incatenata, accompagnata dal gendarme Nichols, dal giovane cacciatore Albert Pallins, successore del genitore morto l’inverno precedente, dal fabbro Marius Holden (padre di Martin) e dal proprio genitore Nathaniel.
Durante il percorso Nelly e il padre si tennero per mano tacendo, mentre gli altri scambiarono qualche parola di cortesia. 
Arrivati alla rocca, dopo un ultimo saluto al genitore, il fabbro la incatenò e gli uomini si allontanarono lasciandola al proprio destino. Dalla sua postazione di prigioniera, Nelly vedeva solo il debole riflesso delle stelle e della luna nell’acqua del lago. L’arrivo della Belva sarebbe stato accompagnato da una notte limpidissima.
La ragazza pregò per la sua anima, chiese che non fosse doloroso, o che per lo meno fosse veloce. Sperava di non venire sbranata viva lentamente, ma colpita in modo da perdere subito conoscenza. Pregava perché la sua famiglia potesse assopire il dolore in fretta e continuare a vivere, e pregava che quei tre pazzi dei suoi fratelli arrivassero quando la Belva si fosse già allontanata, in modo da non essere aggrediti anche loro. Col passare delle ore iniziò a sentire freddo e paura, e pregò che l’animale fosse morto proprio la notte prima. 
Udì dei rumori provenire al di là della rupe cui era legata. Erano passi, sembravano umani, di più persone.
“Qualcuno è venuto a liberarmi” pensò mentre si sentiva a metà tra sollevata e ancora più impaurita.
Finalmente alla sua vista apparvero quattro uomini: il Sindaco, il gendarme, il cacciatore e padre Nelson.
“Cosa fate qui?” domandò la ragazza, sperando che avessero deciso di annullare il suo sacrificio.
I quattro risero.
“Siete… siete venuti a liberarmi?”.
La risposta fu un’altra risata.
“Avanti, Pallins” disse il Sindaco.
Il giovane esitò.
“Muoviti, effemminato” gli urlò di nuovo il Sindaco, mentre gli altri ridevano.
“Il tuo vecchio si sta rivoltando nella tomba” gli disse il gendarme.
Albert si avvicinò a Nelly, le afferrò la tunica e cercò di strappargliela senza ottenere risultati. Lei strillò, il giovane si spaventò e si allontanò di scatto, finendo addosso al massiccio gendarme che lo guardò di sbieco. Gli altri risero.
“Cosa volete?” chiese lei terrorizzata ancora più di prima.
“Oh, bimba”, rispose il Sindaco ridendo, “Vogliamo assicurarci che la ultima notte di vita non sia penosa”.
“Cosa? Ma la Belva? Se vi troverà qui…” disse lei, cercando di spaventarli per distoglierli dalle loro evidenti malvagie intenzioni.
I quattro risero di nuovo.
“Non c’è nessuna Belva” disse il Gendarme con un sorriso malvagio sul viso. “È una balla inventata dal mio predecessore per tenere lontani forestieri, malintenzionati e balordi dal villaggio”.
Spiegare alla vittima l’imbroglio perpetrato era la parte che lo divertiva di più.
“E peccatori”, aggiunse Padre Nelson facendosi il segno della croce.
“Ma come, e tutti quei morti?” chiese Nelly.
“Malintenzionati, balordi, forestieri e peccatori” spiegò padre Nelson. 
“E qualche contestatore” aggiunse il Sindaco.
“Ma… e allora i sacrifici?”.
“Da quando non ci sono più scocciatori, questi tre hanno deciso di divertirsi con le ragazze del villaggio” spiegò il giovane Pallins.
“Questi tre, in origine, erano quattro”.
“Sì, c’era dentro anche mio padre in questo accordo, provo una gran vergogna per lui”.
Il Gendarme lo schiaffeggiò sulla nuca, il ragazzo reagì, e si prese un pugno sul naso che lo fece cadere a terra.
“Non vorremo mica che ci sia un’altra vittima, stanotte, vero?” chiese il Sindaco, cercando di pacificare.
“Non sei nemmeno confessato, ragazzo” gli fece notare il padre.
“Siete disgustosi, siete abbietti, siete spregevoli” urlò Nelly. “Avete ingannato i nostri concittadini per anni e vi siete divertiti alle loro spalle”.
“Sì, gioia” disse il Gendarme. “Allora, Pallins, sei con noi o contro di noi?”.
Il giovane balzò in piedi e scappò verso il bosco, il Gendarme gli corse dietro, mentre il Sindaco e Padre Nelson li guardavano ridendo.
“Corre forte, il giovane” osservò il primo.
“Meglio fare in fretta, che ne dice, Sindaco?”.
Questi fece spallucce e Padre Nelson si avvicinò alla ragazza, che ricominciò a strillare. Lui le tappò la bocca con la mano, quando nell’aria echeggiò uno sparo.
“Povero giovane Pallins” disse il sacerdote lasciando andare la presa e facendo un segno della croce verso il punto da cui proveniva il rumore, per poi volgersi nuovamente verso la ragazza.
“Padre, non faremmo meglio a verificare l’accaduto?”.
“Signor Sindaco, come crede, vuole andare a controllare?”.
“Uhm, credo faremmo bene a far così”
“Vada pure, io intanto mi intrattengo con questa nostra pecorella smarrita”.
“No, non vorrete mica mandarmi da solo?”.
“Invero, avete forse paura?” chiese di nuovo Padre Nelson avvicinandosi al suo compagno di malefatte.
 “Volete che vada io e voi volete restare qui con la damigella?” lo incalzò.
“Qui da solo? Giammai!”.
“Orsù, sapete che la Belva è un’invenzione, chi può farvi male, qui?”.
Il Sindaco non seppe rispondere e calò un imbarazzato silenzio, squarciato da uno sparo proveniente dalla roccia dietro a Nelly. I due uomini sobbalzarono, stringendosi l’uno all’altro per lo spavento. Dai due lati della roccia spuntarono il giovane Pallins, che teneva in mano la pistola del Gendarme Nichols e i tre fratelli Leary, armati di forcone, torcia e archibugio.
“Nichols è caduto inseguendomi e si è sparato addosso da solo” urlò Albert Pallins.
“E noi siamo stati richiamati dallo sparo” disse Norbert Leary. “Adesso libereremo nostra sorella e voi verrete con noi al villaggio, dove sarete giudicati e arrestati per i vostri crimini”.
“Suvvia, ragazzi” prese parola il Sindaco mentre Padre Nelson pregava sottovoce tremolante, 
“Siamo le persone più importanti della nostra stimata comunità, chi volete che vi creda? I tre giovani fratelli della sacrificata e un loro coetaneo probabilmente innamorato della ragazza stessa? Padre Nelson, glielo dica anche lei!”.
Ma il sacerdote non rispose: era intento a chiedere perdono per i suoi peccati.
“Io testimonierò di fronte ai cittadini: ho le prove delle nefandezze compiute nel corso degli anni da voi scellerati. Eleggeremo un nuovo sindaco, un nuovo gendarme e ci faremo mandare un nuovo parroco”.
“Di quello possiamo fare a meno” osservò Nicholas Leary.
Suo fratello Nathan gli diede una gomitata ed egli fece partire accidentalmente un colpo con l’archibugio. Padre Nelson, spaventato si gettò in ginocchio e iniziò a pregare più forte.
“Va bene, va bene, sono una persona ragionevole, so quando sono sconfitto” ammise il Sindaco.
“Ragionevole?” gli urlò contro Nelly. “Hai ucciso, ingannato, sfruttato e stuprato e hai il coraggio di definirti ‘ragionevole’?”
Il Sindaco fece spallucce e allungò le mani con i polsi incrociati: 
“Arrestatemi” disse. “Avete le manette, vero?”.
“Ho le chiavi delle catene di Nelly” disse Norbert. “Passare la notte con il figlio del fabbro ha i suoi vantaggi, vero, svergognata?” le disse facendo occhiolino.
Nelly sorrise e ripensò a Martin.
“In realtà speravo sarebbe stato lui a rischiare la vita per salvarmi” disse lei.

I quattro ragazzi e la giovane rientrarono al villaggio portando con sé i due prigionieri e informarono tutti di quanto accaduto e quanto scoperto. Tra i concittadini si sollevò sdegno e rabbia, e qualcuno, particolarmente indignato, cercò di assalire Sindaco il sacerdote. I tre fratelli fermarono l’assalto, perché avevano deciso un equo processo.
Questo venne organizzato dalle autorità giudiziarie competenti, che in breve tempo condannarono i due scellerati ai lavori forzati nelle miniere reali. Padre Nelson fu anche scomunicato. Anche al cacciatore Pallins fu comminata una pena, per aver inizialmente partecipato all’imbroglio. I cittadini chiesero per lui l’amnistia, ma non fu concessa.
Nathan Leary venne eletto nuovo sindaco (il più giovane della storia del villaggio), un nuovo gendarme venne inviato, così come un nuovo parroco. L’istituzione del sacrificio venne ovviamente annullata e al suo posto venne indetta una nuova festa, ‘la sconfitta della Bestia‘, e la statua di una fanciulla in tunica venne eretta al centro della città per ricordare il sacrifico delle tante ragazze che diedero la vita in quel lungo inganno.




02 febbraio 2016

CALENDARIO 2016 - Febbraio: Tales To Astonish



Perchè io scrivo. L'avrete notato, spero. O per lo meno, penso di scrivere. Qualcosa viene carino, altro fa schifo. E siccome sono... fissato? talvolta faccio pure le "copertine" alle storie.
Queste due sono due produzioni risalenti all'anno scorso. La prima è esempio di storia che ha avuto un buon successo. Vorrei proseguirla. La seconda è passata quasi inosservata. Volevo proseguirla, ma non so se lo farò.

28 gennaio 2016

TtA#42 - Il Sottopassaggio

Catrina imboccò il sottopassaggio di fretta. In una mano teneva i palloncini, nell’altra la borsetta. Vagliò l’idea di togliersi le scarpe, i tacchi le davano fastidio, ma la bocciò subito: camminare a piedi nudi sul pavimento lurido sarebbe stato un chiaro invito a qualsiasi tipo di malattia esistente ad assalirla. Sospirò ed affrettò il passo. Si sentiva ridicola, con quei palloncini in mano. Aveva voluto legarseli al polso sinistro per fare l’eccentrica e farsi notare, e ora non riusciva più a slegarli né a rompere il filo e lasciarli volare via. Avrebbe potuto chiedere a qualche passante di strapparlo, se ne avesse incontrato qualcuno. Litigare a una festa e abbandonarla d’impulso, del resto, causa inconvenienti. Come, appunto, quello di ritrovarsi in tarda serata a dover prendere il sottopassaggio per raggiungere il treno e tornare a casa. Ad ogni modo, l’incazzatura, le era passata. Ora restavano solo i piedi che dolevano per i tacchi, altissimi, e il fastidio dei palloncini da tenere in mano.  I tacchi picchiavano pesantemente sul cemento, e i palloncini sfregavano tra di loro emettendo un suono plasticoso. Si immaginava come una di quei tizi che suonavano più strumenti contemporaneamente, una one-woman-band.

Dall’altro capo del sottopassaggio vide sbucare in lontananza due tizi. Avrebbe potuto chiedere loro di strappare il filo dei palloncini, ma l’avrebbero presa in giro. O peggio ancora provato ad abbordarla. Non aveva voglia di flirtare, in quella situazione. Addirittura con due sconosciuti, poi… tirò fuori dalla borsetta il cellulare e fece finta di telefonare.
“Sì, sto arrivando” disse, quasi urlando. “Voi siete già lì?” disse nuovamente, accentuando il ‘voi’.
I due tizi erano più vicini. Li vedeva in faccia, ora: non avevano aria minacciosa, me nemmeno troppo raccomandabile.
               “Tutti quanti?” disse nuovamente, accentuando il ‘tutti’. “Va bene, manca poco”.
Rimase un po’ a far finta di ascoltare il finto interlocutore, ma quel silenzio non sembrava molto convincente. I due tizi, ventenni al massimo, carnagione scura e capelli corti, erano sempre più prossimi. Se avessero provato ad aggredirla… cosa poteva inventarsi?
“Sono nel sottopassaggio della morte” le venne in mente di dire.
I due ragazzi erano ormai a pochi passi da lei. Uno la ignorava bellamente, immerso nelle sue cuffie da cui si sentiva fuoriuscire musica tunza-tunza. L’altro, cercando di non farsi vedere, la fissava. Era stata l’uscita sul sottopassaggio della morte, a interessarlo, o le sue cosce lasciate praticamente scoperte dal vestito che indossava? Iniziava a pensare che si stesse cacciando nei guai da sola… ma ormai doveva proseguire nella finta telefonata e nella sua improvvisazione.
“Ma sì, ti ricordi l’anno scorso, quel caso sul giornale? Qui erano stati trovati morti gli aggressori della ragazza…”.
I due passanti l’avevano incrociata e superata. Provò a sbriciare con la coda dell’occhio cosa facessero, ma i palloncini li nascondevano. Provò ad aguzzare l’orecchio, e sentì solo i loro passi allontanarsi.
“Aveva sporto la denuncia per essere stata molestata qua sotto, e i carabinieri il giorno dopo avevano trovato i resti dell’aggressore nel sottopassaggio. Era stato smembrato… era…”.
A giudicare dai rumori, i due ragazzi erano ormai lontani. Forse si erano spaventati per la storia raccontata. Forse avevano mangiato la foglia e stavano ridendo di lei e di come si fosse spaventata per nulla.
“Sì, era morto, ovviamente…”.
Il tono non sembrava più molto convincete. Forse i due passanti non riuscivano più a sentirla. Forse, era al sicuro e poteva smetterla con quella pantomima. Forse non era nemmeno mai stata in pericolo…
“Va bene dai” decise di tagliare corto, “Sono quasi arrivata, ancora poco e…”.
Sentì una voce, giungere da dietro, gridava. Le gridava dietro qualcosa. Con gesti simili a calci, si liberò dalle odiose scarpe e si mise a correre a piedi nudi, alla faccia del pavimento lercio. Arrivò alla fine del tunnel, alla scalinata, che salì tutta d’un fiato. Arrivata alla fine, inciampò sull’ultimo gradino, e cadde rovinosamente a terra. Due dei tre palloncini assorbirono l’impatto, scoppiando, e rendendo meno dolorosa la caduta. Afferrò la borsetta e si rimise in piedi e scappò trascinando i due fili dei palloncini distrutti e l’ultimo ancora integro.
Corse verso la banchina sperando che il suo passante ferroviario fosse lì ad aspettarla… ovviamente non c’era… si precipitò verso l’uscita della stazione, sperando di trovare una guardia giurata, o qualche persona per bene che l’aiutasse. Vide un taxi, che si apprestava a ripartire: urlò sbracciandosi. Questi lampeggiò. Ci saltò praticamente sopra senza quasi neanche aprire la porta, e urlò al conducente l’indirizzo dove portarla.
“Signorina, si sente bene?” chiese l’uomo, con un forte accento dialettale.
“Parti!” urlò lei di risposta.
Durante il viaggio rimase silenziosa. Arrivata a destinazione pagò il conducente e si scusò
“È stata una pessima nottata” disse.
In casa si guardò allo specchio. I capelli sudati erano scompigliati e attaccati alla fronte. Aveva pianto, e il trucco era colato Un palmo della mano un ginocchio erano sbucciati per la caduta. E aveva ancora il palloncino superstite legato al polso. Prese una forbice e tagliò il filo, poi aprì la finestra e lo lasciò volare fuori. Entrò in bagno, aprì l’armadietto e recuperò disinfettante e cotone, e iniziò a medicarsi. Non poté fare a meno di ripensare ai due passanti. Cosa le avevano urlato dietro? Era il grido che precedeva l’aggressione? Oppure volevano solo spaventarla? O stavano scherzando tra di loro e lei aveva frainteso? Forse era quello con le cuffie che stava cantando?
Ci rifletté su un attimo. Che si fosse impaurita per niente?. E per questo ci aveva rimesso una caduta, due sbucciature e un paio di scarpe, seppur scomodissime? E il cellulare, diamine! Nella caduta aveva perso il cellulare! Come se la serata non fosse andata già male.

Il mattino dopo si alzò, più o meno di buonumore. Si fece una doccia, ricontrollò le ferite, e si diresse verso il sottopassaggio alla ricerca dei preziosi beni perduti, sperando che non se li fossero portati via, e che se fossero ancora lì, fossero sufficientemente utilizzabili.
Una volta arrivata, vide con sorpresa che la polizia aveva transennato, e teneva lontano i curiosi che volevano guardare.
“Cosa è successo?” chiese ad un uomo con una macchina fotografica, forse il reporter di un giornale.
“Stamattina presto un passante ha trovato i resti di due uomini smembrati nel sottopassaggio”.



22 gennaio 2016

TtA#41 - Zombie Cat Fight

cast: Emma Glover (la mora), Rosie Jones (la zombie)


Rosie (la tipa coi capelli castani/lunghi) stava insieme al tipo che piaceva a Emma (la tipa coi capelli mori/corti), che per liberarsene l'ha buttata giù da un auto in corsa.
Rosie non si arrende e ritorna dall'aldilà come zombie per vendicarsi della rivale.
Questa però è una fottutissima donna soldato e sa come difendersi....

Zombie Cat Fight, nei migliori (?) cinema, da... da... boh, prima poi uscirà.



08 dicembre 2015

TtA#40 - i film che non vedremo mai 6: DRAGONBRAVEHEART

Il re della Scozia muore, non ha eredi , e scoppia la guerra civile. Il re d'Inghilterra li convoca tutti con la scusa di nominare il nuovo re, ma in realtà li fa ammazzare.


William Wallace scopre la cosa e raduna gli scozzesi per la rivolta, e scacciano gli inglesi. Mentre si godono la vittoria, arriva un drago che brasa buona parte dell'esercito scozzese. Bisogna far fuori il drago, se vogliamo sconfiggere gli inglesi! William ne parte alla ricerca, e sulla strada incontra il cavaliere errante Bowen.


Questi, anni fa era al servizio della corona inglese e salvò il re, allora ancora principe, da morte certa dopo una  ferita, portandolo nella caverna del drago stesso, il quale gli donò metà del suo cuore. Bowen teme però che il re sia diventato malvagio proprio per colpa del mezzo cuore di drago, perché da allora iniziò a comportarsi da tiranno infame. William dice che il re, in quanto inglese, è sempre stato bastardo. I due decidono di chiedere al drago.
Questi dice loro che il re è un bastardone di suo e che grazie alla metà di cuore donatagli, lo controlla, e che per questo ha attaccato gli scozzesi solo perché costretto.
William e Bowen partono per il castello del re per recuperare la sua metà del cuore di drago e riportarla al proprietario, ma scoprono che se ferisci il re non gli fai nulla, mentre invece rischi di ammazzare il drago. Questi lo viene a sapere e attacca il castello. Le ferite che subisce si ripercuotono sul re. 
William vuole ammazzare il re, Bowen non vuole ammazzare il drago. I due si sfidano e chi vincerà potrà portare a termine la missione. Dopo un duello interminabile, il drago si mangia il re, e ingerendo il proprio mezzo cuore, lo ricompleta.
Bowen viene nominato nuovo re d'Inghilterra, e William di Scozia.

14 agosto 2015

TtA #39 - La Canzone Di Seppellitrice





Karen prese in mano i nuovi anfibi e li soppesò guardando i lacci solidi, la pelle lucida e le suole pulite. Tastò le punte rinforzate in ferro. Sorrise, e li rimise nella scarpiera: decise che quella notte avrebbe usato il solito paio, consunto e macchiato da decine di battaglie, ma a cui era affezionata. Lo infilò nella borsa e zampettò fuori dall’appartamento. Prese l’ascensore e discese fino al piano sotterraneo dove recuperò l’automobile dal parcheggio del  condominio.
Guidò nella notte buia della campagna e parcheggiò a una certa distanza dalla sua destinazione: il cimitero di Borgonero. Aprì la borsa, si sfilò le scarpe, indossò le ginocchiere sopra ai pantaloni per il jogging (più comodi di quelli di pelle che usava fino al mese prima), i suoi amati anfibi, e scese dal veicolo. Si calò il passamontagna sul volto, aprì il portabagagli e prelevò la vanga, che appoggiò sulla spalla.
Con tutta calma si avviò verso il cimitero. Ad un certo punto iniziò a sentirli arrivare. Quel soffuso e continuo lamento, da lontano, si fece più vicino. L’aria fredda della notte dicembrina cominciava a puzzare del loro tanfo infernale. Erano vicinissimi: si girò di scatto e fece roteare la vanga staccando al primo malcapitato entrambi gli avambracci in un colpo solo. Con un calcio alla pancia lo allontanò da sé e lo decapitò. Ne arrivò un altro da destra: questa volta si abbassò, gli amputò una gamba all’altezza del ginocchio e una volta a terra gli calpestò la testa spappolandola. Un terzo era alle sue spalle: si buttò in avanti, rotolò di lato e si rialzò. Aspettò che avanzasse oltre ai due già abbattuti, ora immobili. Il non morto vi inciampò semplificandole il lavoro: con l’avversario a terra vibrò un colpo di taglio e gli aprì in due il cranio. Quindi si guardò intorno per essere sicura che non ci fosse nessun altro.
Piazza pulita.
“Hasta la muerte” disse a bassa voce.
Dopodiché cominciò a scavare le buche in cui avrebbe risistemato i cadaveri.
“Da lì siete usciti, lì vi faccio tornare” disse.
Mentre sollevava il terreno, tornò a pensare a quella notte, nella casa di campagna, tanti anni fa. Una cascina ristrutturata in appartamenti dove passava i fine settimana estivi con la famiglia (genitori, fratello, zii e nonni). Una notte, mentre tutti erano nelle loro stanze, lei e il fratello Manuele udirono dei rumori provenire dal cortile. Si affacciarono alla finestra e videro delle figure muoversi nell’ombra. Emettevano un lamento continuo e fastidioso, e puzzavano come la morte. Il fratello urlò e scappò dai genitori: il padre e il nonno che si stavano già barricando dissero loro di stare tranquilli, che non sarebbe successo niente. Purtroppo l’assedio fu breve e sfortunato: gli invasori erano troppi, e riuscirono a sfondare le difese. Lo zio Marco e il nonno furono gli ultimi a cedere: le aprirono una via di fuga e le urlarono di scappare verso la campagna. Lei corse a perdifiato nella notte stellata, e si voltò solo quando sentì un’esplosione. La cascina aveva preso fuoco, bruciando gli assalitori, la sua famiglia e ciò che ne restava.
Ora, tanti anni dopo, con i mezzi che aveva disposizione, cercava e riseppelliva il male che usciva dalla terra.

La sveglia suonò alle sette in punto. Alzarsi dal letto le fu difficile. Si trascinò fino al bagno, dove aveva abbandonato per terra i vestiti della notte prima. Sbuffò nel pensare che avrebbe dovuto rimetterli a posto al suo ritorno. Si concesse una doccia calda, un caffè bollente poi si diresse al lavoro: il baracchino dei fiori di fronte al Cimitero Monumentale di Borgonero.

21 maggio 2015

TtA #38 - (i film che non vedrete mai 5) L'ultimo Uomo Sulla Terra

art by Pierz
questa storia ha una sacco di potenzialità:
come reagisce? spara attraverso la porta?
chi c'era di là? l'ultima donna della terra, con cui avrebbe potuto ripopolarla?

apre e trova gli alieni che lo rapiscono?
apre e trova un altro uomo che lo uccide per mangiarlo e sopravvivere?

non apre, si va a nascondere e chi ha bussato si allontana e lui si chiederà sempre chi sia venuto a cercarlo?

28 febbraio 2015

TtA#37 - Il Necrofago

Li guardò mentre correvano a perdifiato, dalla piazza del centro verso le vie esterne, con l’orrore dipinto sul volto. Si intralciavano l’un l’altro, e allora sgomitavano, si spingevano a vicenda senza nessun riguardo. Qualcuno portava in braccio i propri bambini. Un adolescente correva tenendo la mano alla fidanzatina: quando perse l’equilibrio e cadde, la sua ragazza lasciò la presa e scappò via. Il giovane venne calpestato dalla folla, come tutti coloro che cadevano a terra. Quando la fiumana di gente si diradò, Sylvan si diresse verso il punto da cui essi provenivano. Notò una donna dai capelli castani, che spingeva una carrozzina con a bordo un uomo anziano che non sembrava consapevole di quanto stesse succedendo. La sentì urlargli qualcosa. Forse gli diceva di mettersi in salvo… era straniera, evidentemente, e non riusciva a esprimersi bene. Ad un certo punto la sedia a rotelle investì l’adolescente caduto e calpestato poco prima e l’anziano passeggero volò per terra. La donna straniera cadde a terra e si mise a urlare e piangere. Sylvan, insensibile, si diresse verso il punto da cui tutta quella folla era arrivata, alla ricerca di ciò che li aveva fatti scappare. Ne vide arrivare uno. Uno solo. Tutta quella paura per un solo unico zombie. Sylvan sorrise. Uno solo, ma meglio di niente. Il suo corpo alto e magrissimo accelerò appena il passo barcollante verso quella figura dall’andatura altrettanto incerta. Vide il non morto aumentare la velocità, in sua direzione, bramoso della sua carne o del suo cervello o entrambi. Come due camion in un frontale visto al rallentatore, i due instabili personaggi vennero finalmente a contatto. Sylvan fu più veloce e poté avventarsi con violenza sulla carne putrefatta dell’antagonista, scaraventandolo a terra, e mordendolo e staccando brandelli marcescenti fino a che non si mosse più. Rinfrancato, si alzò, si pulì la bocca con la manica della camicia (ormai logora) e a passo più sicuro e con colorito più sano, si diresse verso la donna, il suo paziente e l’adolescente ancora tutti per terra, chi messo male, chi peggio.
“State bene?” chiese con tono passivo.
Lo sguardo terrorizzato della donna valse più di mille risposte. Sylvan provò ad avvicinarsi, ma lei si ritrasse, facendo scudo con il suo corpo al vecchio e al ragazzo, appena cosciente di ciò che stava succedendo.
Si fermò e con uno sguardo triste in volto si allontanò.
“Hai ragione donna ad aver paura di me” disse. “Una volta ero uno di voi, un umano, con la mia vita e i miei sogni. Poi, una di quelle creature” aggiunse indicando lo zombie appena affrontato “Mi privò della mia umanità trasformandomi in uno di loro, una creatura perennemente pervasa dalla fame e priva di intelletto. Fino a quando, una delle mie prede, particolarmente tenace, oppose resistenza ai miei assalti con le unghie… e con i denti”.
“Un essere umano ti ha morso?” chiese la donna, nel suo strano accento straniero, faticando a parlare quanto ad alzarsi.
“Già. Con somma ironia della sorte, la preda ha morso il predatore, ed è stato trasformato in una cosa a metà tra quelle di cui aveva già avuto esperienza. Carne viva, intelletto, sangue caldo… e un’insaziabile fame di quella forma corrotta simile a ciò che era stato fino a poco prima”.
“Tu… mangi zombie?”.
La fissò negli occhi, non più con uno sguardo tormentato, ma con un ghigno famelico.
“Per tutti ora sono… il Necrofago”.
La donna si portò la mano alla bocca, in segno di paura.
“Non devi tenermi” aggiunse Sylvan, “Non sono più un pericolo per te e i tuoi simili”.
Da lontano si udirono delle sirene in avvicinamento.
“Arrivano“ disse Sylvan guardando in lontananza. “Ambulanze, polizia, forse l’esercito. Sempre la stessa scena: quando accadono i fatti, non si fanno vedere. Quando tutto è finito, compaiono per far finta di sistemare l’irrimediabile.”.
Si voltò verso la donna ancora  a terra.
“Avranno cura dei tuoi feriti. Io devo andare. Dove sono loro non posso stare io. È stato un piacere conoscerti, anche se per poco”.
Con il suo passo lento ma costante si allontanò dalla donna, dal ragazzo ferito e dall’anziano incosciente, solitario lungo una strada deserta.

18 febbraio 2015

TtA#36 - IfilmCHEnonVEDRETEmai#4 - 50 Iene di (nathan) gray



Un giovane mutante transfugo da una dimensione parallela viene assoldato nella polizia per infiltrarsi in una banda di rapinatori 


"tu sarai Mr Gray" gli dice il capo
"no, io voglio essere Mr Pink" gli risponde
"tu sarai Mr Gray perché lo dico io, cazzo!".
"ma Grey è il mio cognome".
"allora sarai mr pink".
"va bene".
durante una rapina in banca. Lì addocchia una tizia scialbissima e misandrica e la seduce con i suoi poteri mentali e la soddisfa con quelli telecinetici


"io non faccio l'amore, io fotto come un mutante!"
"ok" dice lei.
...e vissero felici e contenti

15 dicembre 2014

TtA #35 - Non È Facile Essere Come Gianni (Azzurro Impiegatizio)



in questo numero effetti speciali a go go

Pedro lavorava all’ufficio personale della Tafazzi Inc, ormai da cinque anni. E occupando quel ruolo, volendo o meno, scopri tante cose dei colleghi. Quelli che al rientro dalle feste si mettono regolarmente in malattia, quelli che prolungano le ferie di un paio di giorni perché “il volo è stato sospeso”, quelli che “il bambino è stato male” e riuscivano a farsi il ponte anche se il loro capo non gli aveva dato il permesso, quelli che le mattine dopo la partita arrivavano sempre in ritardo, quelli che il venerdì trovano la scusa per uscire prima. Una cosa curiosa erano le visite mediche: quelli che ne facevano tre all’anno sempre nel mese di marzo, quelli che il dentista sempre prima dell’estate, quelli che sembrano feticisti dell’esame del sangue, manco volessero le braccia come gruviera… e il tipo più curioso di tutti: Gianni. Lavorava alla Tafazzi Inc. da diversi anni. I colleghi più anziani dicevano che quando arrivò lì, aveva già i capelli bianchi, l’andatura caracollante e quegli improvvisi tic che lo contraddistinguevano. “Sindrome di Palton-Parker” diceva lui. E lo dicevano anche i documenti che aveva presentato al momento dell’assunzione, firmati dal Dottor Raspotti dell’Ospedale Della Santa Pazienza. Attestavano la sua invalidità parziale e l’assunzione come categoria protetta. Gianni passava il giorno facendo quello che poteva, con la massima calma: smistava la posta (che raramente finiva al destinatario) e la cancelleria (ma quasi sempre mancava qualcosa nell‘inventario), sistemava le lancette degli orologi nei passaggi da ora legale a solare e viceversa (sempre cinque minuti avanti),  andava a prendere gli ospiti (meglio se belle donne) in stazione e li accompagnava in albergo (sì, stranamente con tutti i problemi che aveva, poteva guidare), potava la siepe dell’azienda (questo gli riusciva bene). Faceva anche piccole commissioni: acquistava le batterie per gli orologi da muro, la carta e i toner per le stampanti, comprava quei piccoli attrezzi che potevano servire sul lavoro. E chiedeva sempre, prima di uscire, se qualcuno volesse qualcosa: brioche, gelati, ghiaccioli, una pizzetta… Ma no, non andava mai in banca, in posta, a comprare bolli e francobolli. Non si può pretendere tutto. Per le cose urgenti muovi il culo tu. E guai a parcheggiare la macchina di fianco alla sua: non voleva, dava di matto, ti rompeva le scatole finché non la spostavi. Il parcheggio interno dell’azienda aveva sempre un posto libero. Quello di fianco al suo.
Un tipo strano, Gianni, forse per colpa della sindrome di cui soffriva. Una sindrome molto rara, a quanto pare. Talmente rara che quando Pedro per curiosità la cercò su internet, non trovò nulla. Così, con il massimo delle buone intenzioni, e per poter capire meglio le esigenze del collega, gli parlò di questo fatto. 

Lo incontrò sulle scale, un martedì mattina. Forse mercoledì, non lo ricorda più nemmeno lui. Però era certo fossero le undici o giù di lì. Pedro era un abitudinario, scendeva sempre a bere il caffè a quell’ora, a metà mattinata (così come prendeva il latte macchiato nel pomeriggio alle 16.00).
“Ehilà, Gianni” gli disse, “Come stai?”.
“Eh, ho avuto una nottataccia” rispose lui, “Non riuscivo a dormire. Mi agitavo, scalciavo, mia moglie si è pure incazzata. E lo sa che c’ho sta malattia, che s’incazza a fare?” gli disse come se stesse chiedendo po’ di compassione.
“Deve essere terribile” disse l’altro, “Vuoi che ne parliamo davanti ad un caffè?”.
“Eh, si, dai, bravo, offri tu” rispose l’altro.
Si avviarono giù per le scale, mentre Gianni continuava a ripetere come fosse fastidiosa la “sua malattia”, come lo facesse dormire poco e male, “la sua malattia”, come gli desse un sacco di problemi in famiglia “la sua malattia”. Arrivati a metà delle scale, Pedro notò che non barcollava poi tanto. E che aveva in mano un martello probabilmente per  appendere, come d’abitudine, qualche certificato ottenuto dall’azienda, o qualche diploma di corso di specializzazione conseguito da un collega.  
“In effetti è strano” pensò tra sé Pedro, “Che con tutti i tic che ha riesca a martellare come si deve. O a potare la siepe alla perfezione”.
Decise di arrivare al punto:
“Senti, ma questa ‘malattia’, che poi sarebbe una sindrome, che ha tu…”
“La Palton-Parker” disse Gianni sospettoso.
“Ecco, esatto, così per curiosità, l’ho cercata su internet, ma non ho trovato nulla: esattamente, che cazzo fa?”.
Gianni sobbalzò, sbiancò in volto, sembrò quasi scattare verso Pedro, quando, poggiando un piede male, si sbilanciò e cadde rovinosamente giù per le scale, fino a ruzzolare ai piedi della reception.
“Oddio, Giannni!” urlò Miriam, la receptionist, “Gianni è caduto, chiamate i soccorsi!”.
Marta, addetta al pronto soccorso si fiondò di corsa fuori dal suo ufficio.
“SignorGiannirestifermolapregononmisembraunacosagravamadobbiamochiamarel’ambulanza”.
Anche Allan, Karson e il Sig. Tafazzi in persona uscirono di corsa dall’adiacente sala riunioni, 
“Si è fattto male?” chiese l’amministratore della società.
“No, no, sto bene, lasciatemi in pace” disse Gianni rialzandosi.
“SignorGiannirestifermosisiedasullapoltroncinaprendaunbicchierd’acquachiamiamol’ambulanzasubitissimo!!!” si premurò Marta.
Allan e Karson aiutarono Gianni a sistemarsi in sala d’attesa, di fronte alla reception e dal lato opposto della sala riunioni. Il Sig. Tafazzi si sincerò che la centralinista avesse chiamato il Pronto Soccorso.
“Saranno qui a minuti” lo rassicurò lei.
“Meno male che posso contare su di lei, signorina, il signor Gianni è categoria protetta, bisogna stare attenti quando succedono queste cose, sa…”.
Il pippone dell’amministratore fu bloccato dall’arrivo della Croce Rossa.
Miriam, prontamente indicò la sala riunioni. I due barellieri e un terzo assistente entrarono senza indugi per visitare il povero Gianni. Questi li spintonò violentemente:
“No, lasciatemi stare, non vi voglio, andate via!!”.
“Oh no, sta opponendo resistenza!” disse Tafazzi prendendo il telefono della reception, “Ora ci tocca chiamare i Carabinieri!” aggiunse componendo il numero con solerte prontezza.
“No, non chiami i Carabinieri, signor Tafazzi, sto bene!”.
“Ma non posso non chiamarli, sa, la legge!”.
“No, ma io non voglio, sto bene, mi sono rialzato!”.
“Su, non sia sciocco!” cercò di convincerlo Karson, con la sua parlata a scatti. “Meglio andare sul sicuro in questi casi!”.
“No, ma io non ho niente!”.
“SignorGiannifacciailbravosonoiol’addettaalprontosoccorsoleassicurocheèquestalaprocedura!” aggiunse Marta.
“No, sto bene, rimandateli a casa, tutti!”.
Dopo pochi interminabili minuti, due agenti furono sul posto.
“No, io i Carabinieri non li voglio, non ci vengo, lasciatemi stare!” insistette Giannni
Nonostante le proteste, l’uomo alla fine fu portato in ospedale per accertamenti.

La mattina dopo Pedro entrò in sala mensa per riporre il proprio pranzo in frigorifero. Lì, incontrò Miriam e Laura.
“Pedro, vieni qua” lo chiamò la prima.
“Sì?”.
“Ieri Laura non c’era, era andata via con Marco, e le stavo raccontando cosa è successo”.
“Riguardo a Gianni?”.
“Sì”, disse Laura, “Deve essere stato un bel casino convincerlo a…”.
Pedro sospirò.
“Cosa c’è? Perché quella faccia?” gli chiese Miriam.
“Ieri sera mi sono fermato fino alle 19.00 passate per finire alcune archiviazioni. Ho sentito il Tafazzi che parlava nel suo ufficio col Kerson… avevano la porta chiusa male e ho potuto origliare.
L’ospedale ha fatto degli accertamenti: la sindrome di Palton-Parker, di cui Gianni diceva di soffrire, non esiste!”.
“Cosa?” urlarono le due colleghe in contemporanea.
“Esatto: i documenti della malattia erano fasulli! L’ospedale ha quindi avvisato i carabinieri, che dopo una rapida ricerca l’hanno riconosciuto: Gianni Carappolo, già arrestato per contraffazione negli anni ‘80,  per piccole truffe negli anni ‘90, per falso in bilancio nel decennio scorso e ora aggiunge alla sua fedina penale, il reato di falso invalido”.
“Allora era per questo che ieri non voleva farsi visitare” disse Miriam.
“Certo: temeva che se dei dottori seri lo avessero visitato, avrebbero scoperto l‘inganno!”.
“Quindi state dicendo che per tutti questi anni…” chiese Miriam.
“Già” risposero Laura e Pedro in coro. “Ci ha turlupinati alla grande”.




05 dicembre 2014

TtA #34 - Memorie di un aspirante suicida

Special Guest Star: Jacoby 




Se ne stava sul divano del suo monolocale a guardare la televisione con accesa la luce dell’aspiratore dei fornelli. La preferiva a quella del lampadario perché era più calda e non rifletteva sulla superficie dello schermo. Non aveva ancora sparecchiato la tavola: dopo cena gli piaceva godersi quel momento di relax e rimandare a dopo le incombenze domestiche. Sul bordo del lavello c’erano pure i cocci di vetro accatastati in quello che restava del bicchiere che aveva rotto poco prima. L’avrebbe buttato con calma, più tardi. Lenta e progressiva, gli arrivò l’attrazione per quella superficie tagliente, la voglia di passarsela sui polsi e farli sanguinare, e lasciarsi andare lì, sul divano, di fronte al notiziario delle 20;00.
Tempo addietro, aveva provato un’attrazione simile per il vuoto. Salire più in alto possibile, guardare in giù il cemento, lontano e indefinito, e lasciarsi andare. Si immaginava come poteva essere la caduta, l’accelerazione gravitazionale, l’attrito con l’aria, l’impatto con il suolo. Era abbastanza in alto da morire sul colpo? Oppure avrebbe agonizzato tra atroci dolori, visto da nessuno? Oppure il solito scocciatore sarebbe riuscito a chiamare un‘ambulanza che gli avrebbe salvato la vita lasciandolo storpio o vegetale per sempre?
Queste cose gli succedevano durante i così detti “periodi no”. E quello attuale era uno di essi, sempre più frequenti, più difficili da affrontare. Questa volta c‘era di mezzo una ragazza, per la cronaca. Come al solito si era tenuto tutto dentro e la cosa non lo aiutava. Certo, a parlarne, non cambiava molto: anche quando provava a confidarsi, pochi lo prendevano sul serio. Non sapeva se e quante persone lo capissero davvero E da qui nasceva il timore più grande: che nemmeno di fronte ad un gesto del genere ne avrebbero capito il perché.
Pensava che per sviare a ciò la soluzione potesse essere un incidente stradale. Saliva in automobile, e proseguiva ad andatura regolare per la sua strada. Non troppo veloce ma nemmeno troppo lento. Sperava che qualcuno, ad una rotonda o a un incrocio, non rispettasse la precedenza e lo travolgesse. O che qualche disgraziato non si fermasse a un semaforo rosso e gli andasse addosso. Magari un qualche sorpasso scellerato: un veicolo che spunta improvviso nella tua corsia, e giù un bel frontale.
A torturarlo ulteriormente, la parte della sua mente che si ostinava a restare lucida: gli diceva che il suicidio non era la risposta al problema, e si chiedeva da dove nascessero tutte quella angosce. Depressione? Forse ereditaria, ne soffriva qualcuno tra i suoi nonni. Esaurimento nervoso? Non erano quelli i sintomi. Disturbo mentale dovuto a qualche trauma infantile rimosso? Forse sentire uno psicologo gli avrebbe fatto bene.
Il telegiornale finì, si alzò, lentamente, sparecchiò e lavò i piatti, sempre sotto alla luce dell’aspiratore. Chiuse il sacchetto dell’umido, e lo abbandonò sul pianerottolo per portarlo giù all’indomani, alla faccia dei vicini che si sarebbero lamentati. Gli scappò un sorrisetto, che si allargò piano piano fino a scoppiare in una risata. “Che persona squallida sono“, si disse, “Se trovo gioia in queste piccole carognate“. Gli scappò l’occhio sul bicchiere rotto e i suoi cocci. Li buttò nel raccoglitore del vetro. Lo avrebbe gettato venerdì sera. Quando sarebbe uscito con i suoi amici (noiosi) a bere birra scadente nel solito bar scelto per via dei prezzi bassi. Almeno quattro risate le avrebbe fatte, e magari gli avrebbero fatto passare… quello che aveva. Si concludevano sempre così dopo i “periodi no”. Quattro risate, quattro cazzate, un bicchiere e passa tutto.
“Che persona squallida sono“, pensò di nuovo. Decise di andare a letto, mettere su un po’ di musica jazz dalla compilation comprata qualche giorno prima e dormirci sopra. Da venerdì gli sarebbe sembrato tutto meno brutto.

22 agosto 2014

TtA #33 - Fratello Nicodemo #4 - Avvoltoi

GLI STRANI CASI DI FRATELLO NICODEMO

04 Avvoltoi

tipico specchietto per le allodole... :-P

Le due ragazze si salutarono. La bionda si diresse verso l’uscita del parco, probabilmente diretta verso la metropolitana. Aveva lo sguardo basso e l’aria cupa. La mora,  a testa alta e passo altezzoso, nella direzione opposta. Dal ghigno trionfante in viso sembrava soddisfatta.
«Buongiorno» le disse Fratello Nicodemo quando gli passò accanto. Lei trasalì nel vederselo spuntare all’improvviso, face un passo indietro e si portò la mano alla bocca.
«Mi ha spaventato, Padre» gli disse.
«Non sono “Padre”. O almeno a mia insaputa. Puoi chiamarmi “Fratello”. Possiamo anche darci del tu? Io mi chiamo Nicodemo. Fratello Nicodemo».
«Certo, se vuoi» disse lei ricomponendosi. «Io sono Pamela. A cosa devo l’onore?».
«Ti ho vista parlare con l’altra ragazza. Non stavo origliando, e volendo farlo, sarei stato troppo lontano. Però ho visto la tua amica andare via abbastanza rabbuiata».
«Quindi?» chiese Pamela un po’ seccata.
«Tutto bene?» chiese lui accigliato.
«Perché non dovrebbe?» rispose lei, ancora più seccata.
Lui non rispose, rimase a fissarla. Pamela sospirò.
«Ok, sediamoci» gli propose.
Si accomodarono sulla prima panchina libera che trovarono. Lui a sinistra, sull’angolo, lei un po’ più comoda sulla destra.
«Dunque?» chiese lui.
«La ragazza si chiama Angela. È una mia cara amica. Le voglio molto bene».
«Però?».
«Però secondo me sta con un ragazzo poco serio. La lascia da sola per uscire con gli amici, la trascura».
«E basta?».
«Secondo me ha un’altra. E lei si è messa con lui solo per i soldi. Secondo me non stanno per niente bene insieme».
«E poco fa le hai detto tutto questo?».
«No, solo che…».
«E appena potrai dirai al suo ragazzo tutto il resto?».
«A cosa vuole arrivare?».
«Fai spesso queste cose?».
«Dire quello che penso?».
«Seminare zizzania tra la gente».
«Come ti permetti? E perché sto qui a parlare con te? Non ci conosciamo nemmeno! Perché dovrei confessarmi con te?».
«Più che “confessarmi“, preferirei lo chiamassi “confidarmi”. La confessione richiede un’assoluzione, definitiva. Qui stiamo cercando di risolvere un problema. Anch‘esso definitivamente».
Lei lo guardò tra l‘incuriosito e l‘arrabbiato.
«Vuoi continuarne?»
«Sì» rispose lei sospetta. Voleva vedere dove questa discussione l’avrebbe portata.
«Rispondi a questa domanda: le cose che hai detto poco fa, le pensi davvero?»
«Si. No, è che... Io non riesco… a non guardare la gente in maniera negativa. A non leggere secondi fini nelle loro azioni. A pensare che stiano facendo anche cose buone senza aspettarsi qualcosa indietro un domani».
Lui socchiuse gli occhi e la guardò.
«Cosa c’è?» domandò lei allarmata.
«Continua. Cosa succede quando senti questi pensieri?».
«Io… cerco di scacciarli. Mi dico che sono perfida, che sono cattiva a pensar male…».
«Che a “pensar male si fa peccato”, giusto?».
«Anche…» aggiunse lei poco convinta.
«Ma che a volte ci si azzecca».
«Sempre» disse lei convinta, «Ecco», aggiunse pentita, «L’ho fatto ancora».
«Vai avanti. Cosa succede dopo?».
«Beh, osservo la persona in questione, studio le sue mosse, le sue parole, e valuto se quello che pensavo fosse vero o meno».
«Se realizzi che non lo è?».
«Raramente me ne convinco» disse lei dopo una breve pausa e un sospiro.
«E quando invece realizzi che lo è?».
«Se le azioni della persona in questione danneggiano me, la tengo a distanza, la allontano».
«Se invece, come nel caso di poco fa riguardano tue amicizie…» disse Nicodemo annuendo.
«Vado dritta al punto» disse lei con una punta di orgoglio, «Faccio il mio dovere. Avviso la vittima di quello che le succede».
«E generalmente, come si risolve la cosa? Sia nella prima casistica che nella seconda, intendo».
Lei tirò di nuovo un profondo respiro, e alzò le mani come per iniziare a gesticolare, ma si fermò subito.
«Molte amicizie finite» disse infine, con il tono di chi riconosce di aver fatto un danno. «Sia mie che altrui».
«In passato hai avuto esperienze simili? Intendo: amici o amiche hanno tradito la tua fiducia?».
Lei lo guardò con gli occhi arrossati.
«Sì, come a tutti… credo».
«Esatto: come a tutti. Queste cose sono naturali nei rapporti umani. Sai cosa non c’è di naturale?».
«Cosa?».
«Chi ci sguazza dentro. Hai presente “Gli Avvoltoi”?».
«Quelli della canzone?».
«Sì. Ce n’è una specie particolare. Pianta il seme della discordia nella gente, aspetta che germogli, e poi ne raccoglie i frutti».
«Credo di capire».
«No, non capisci: questi “avvoltoi” non sono persone, non sono animali. Sono piccoli demoni che si nutrono delle sofferenze altrui. Gli uomini (e le donne, nel tuo caso) non fanno altro che foraggiarli, ospitando i loro semi, e lasciandoli germogliare».
«Stai dicendo che sono posseduta? Guarda che io non credo in queste cose».
«Beh, innanzitutto, dovresti. Crederci, intendo. Secondariamente, no, non sei posseduta, ma porti dentro di te quel seme. La vita e le esperienze te l’hanno impiantato. Tu lo nutri e qualcun altro ne gode i frutti. Sei portatrice sana di perfidia».
«Mi faccia un esorcismo allora» disse lei sarcastica.
«Oh, no, non servirebbe. Posso solo darti un consiglio: pensa positivo, goditi la gente, e prima di pensare male, pensaci due volte. Tre, quattro».
«Finito?» chiese Pamela con una smorfia in volto.
«Sì, è stato un piacere» disse lui alzandosi e tendendole la mano.
«Addio» disse lei, stringendogliela e incamminandosi verso la sua destinazione.
Nicodemo si risedette, e la osservò allontanandosi. Pensò che forse i suoi tacchi fossero troppo alti per passeggiare in un parco. Dopo poco si sedette di fianco a lui la ragazza bionda che aveva visto prima insieme a Pamela.
«Ciao Angela» disse lui sorridendo
«Ciao Nicodemo» disse lei acida.
«Vedo che la mia fama mi precede» rispose ridacchiando.
«Perché sei qui?» chiese lei.
«Tu perché sei qui?».
«È il mio territorio. Stai alla larga».
Lui la guardò serio. La squadrò. Osservò il viso da ragazzina, il corpo snello, forse un po’ troppo esile, e i vestiti moderni e informali.
«Ho avvisato la tua “amica” di essere meno negativa» disse dopo una lunga pausa.
«E pensi che basterà?» chiese lei sempre acidamente.
«Oh, per i demonietti come te basta poco» rispose Nicodemo scrollando le spalle «Vi fingete mortali, vi inserite tra di loro, e fate il vostro lavoro. Chissà che fatica farti una falsa identità, conoscere gente, trovare un fidanzato e amici e amiche da infettare con le tue maldicenze».
Lei sibilò.
«Non distruggerai quello che ho costruito» gli disse.
«Non mi fai paura» rispose, «Di recente ho esorcizzato una casa, fatto a botte con una succube e liberato una bottiglia da un demone. È stato divertente. Ha fatto l’effetto del noto confetto nella celebre bibita gassata».
«Dove vuoi arrivare?».
Il tono della ragazza demone ora era nervoso.
«Non spreco esorcismi per avvoltoi come te. Basta mettere un po’ di buon senso nelle vostre vittime. Inducendola a dirti quelle cose, hai fomentato la sua sfiducia per la gente. Io ho riparato parte dei tuoi disastri».
«Non lo sai per certo».
«Si, l’ho fatto» ribatté con tono sicuro. «Ah, ultima cosa: non farti più vedere in giro. Non farti più vedere con quella ragazza, né con il tuo fidanzato. Sparisci e non farti vedere mai più».
«Oppure?» chiese lei spaventata.
Lui la guardò di sbieco.
«Potrei perdere tempo per un avvoltoio come te».
«Potresti?».
«Sono un uomo di Chiesa, vado dove devo e faccio le cose che vanno fatte».
«Potrei andare ovunque e riprendere a fare quello che faccio qui. Come mi troveresti?»
«Ti troverei nello stesso modo in cui ti ho trovata qui».
«E cosa dovrei fare? Sono un demone. Minore, ma un demone. Devo seminare discordia. Non so fare altro».
«Bene: questo da ora è il tuo problema. Risolvilo, e vedrai l’eternità. Va bene?».
Lei lo fissò attonita.
Nicodemo si alzò, e fece un cenno di saluto. Dopo alcuni passi si girò.
«A proposito: apprezzo l’ironia di scegliere il nome Angela, ma no. Non usarlo più».
Si voltò e se ne andò. Angela restò seduta sulla panchina, indecisa sul da farsi.


21 agosto 2014

TtA #32 - la guerra dei pioppi

Padre Eugiolfo percorreva il tortuoso sentiero che si inerpicava tra i colli in compagnia del novizio Gianberto, giovane di buona volontà che da poco aveva deciso di prendere i voti. Finirono di recitare il tredicesimo rosario proprio mentre, arrivati sulla cima dell’ennesimo colle, adocchiarono due sassi coperti dall’ombra di una quercia.
«Credo che potremmo fermarci un po’» suggerì il vissuto religioso.
«Meno male» sbuffò il giovane.
«Prego?».
«Lodavo il Signore per averci donato questo provvidenziale angolo per riposo».
«Si, si, certo. Passami la borraccia dell’acqua, piuttosto».
Il giovane obbedì, e intanto chiese:
«Padre, non mi ha ancora detto perché stiamo intraprendendo questo lungo viaggio. Mi spiego: so che è stato inviato a dar consiglio in merito a una spinosa questione teologica, ma non mi ha detto l’argomento. Non ancora, almeno».
«Oh, il motivo del dibattere è invero ostico» rispose l’altro dopo aver tirato un lungo sorso. «Tieni, bevi pure».
«Ma… è vuota!».
«Dicevo: devi sapere che al di là di questi dolci pendii si stende una pianura, occupata per di più da un enorme bosco, per lo più composto da pioppi».
«Quelli che emanano quei fastidiosi pelucchi?».
«Esattamente. Che è il modo che il Signore ha dato loro, evidentemente, di spandersi e proliferare».
«Ma molta gente sta male, per colpa loro».
«Esatto. Devi sapere infatti, che ai margini del bosco sorge un borgo chiamato Borgopioppeto».
«Che fantasia».
«Già. E qui più di una persona soffre il malessere, stagionale, invero, di cui parli tu. Una giovane ragazza, in particolare, la damigella Euclidea, si farebbe fatta portavoce di tali sofferenti chiedendo al borgomastro l’abbattimento di tale bosco».
«Ma sarebbe una barbarie».
«Oh ti assicuro che ho visto di peggio. Ad ogni modo, il borgomastro ha dovuto rivolgersi al boscaiolo Mastro Feller, che con la sua famiglia, da anni, per editto del Granduca, regola l’abbattimento e il ripiantare degli alberi. Sai, per la costruzione delle case, per il fuoco nei camini, per costruire carri e quant’altro».
«E ovviamente egli ha rifiutato».
«Certo. E il Borgomastro in seguito alle insistenze della dolce Euclidea, che in tal senso è stata alquanto… esagerata. Si è persino recata a casa del boscaiolo… che però era al lavoro. Ed è stata ricevuta dalla moglie di lui, che l‘ha praticamente cacciata in malo modo.».
«Padre, mi perdoni, sta dicendo che la damigella sarebbe andata dal boscaiolo intenzionata a…».
Padre Eugiolfo lo zittì con uno sguardo di rimprovero, per poi passare ad un’un espressione buffa quando il ragazzo tacque.
«Ebbene», proseguì poi, «Il Borgomastro scrisse così una lettera a Sua Eminenza l’Arcivescovo Valpattone, chiedendo l’intercessione diretta presso il Granduca per l’abbattimento del bosco, in quanto quelle piante che causavano tale sofferenza a uomini e donne timorate di Dio non potevano che essere creature del demonio».
«Mi pare quantomeno esagerato!» urlò indignato il giovane.
«Giovanotto, vedo che stai venendo su bene. Invero, la storia non finisce qui».
«Quali altri scabrose macchinazioni hanno ordito quei reietti della fede?».
«Oh, loro hanno fatto già abbastanza. La nostra storia prosegue, o meglio, si svolge parallelamente in un altro loco».
«Ovvero?».
«Ovvero in quel di Pioppomanero».
«Che si trova…».
«… dall’altra parte del suddetto bosco».
«Non mi dica. Anche lì ci sono persone che mal tollerano i pioppi e le loro emissioni?».
«Sì, ma lo svolgersi degli eventi fu diverso. Devi sapere che l’amministrazione del villaggio, che sorge ai piedi di un maniero abbandonato ormai da anni, è in mano a un uomo col titolo di Cancelliere, nominato direttamente dal Granduca, tra una cerchia di nomi eletti dal popolo. Ebbene: tale carica dura cinque anni, e questo è il quarto anno di reggenza del Cancellier Pardolfo, illustre esponente di una delle più celebri famiglie del paese. Addirittura, suo nonno servì presso i proprietari del maniero di cui ti parlavo».
«Un discendente di maggiordomi, insomma».
«Oh, come sai esser cinico, mio giovane accompagnatore. Sappi comunque che quest’uomo, di mezz’età, non accompagna il grigiore dei pochi capelli rimasti con la saggezza, e pare che il compaesani non siano molto contenti di lui, tanto che per le prossime nomine, stavano pensando di porgli come alternativa un giovanotto, tale Lodovico Piridolfi, lavoratore indefesso, apprendista e a quanto pare futuro erede del fabbro del villaggio».
«Capisco».
«Capisci? Non hai da fare battute sul fatto che un fabbro contenda un ruolo importante a un maggiordomo?».
«Mi pare, da come me ne ha parlato, che uno sia un giovane di sani principi, mentre l’altro un vecchio vizioso. Ma forse è una mia impressione».
«Ammetto di essere talvolta imparziale nel mio narrare le vicende e di farmi prendere un po’ la mano».
«“Talvolta” e “un po’”. Ma vada avanti…».
«Certo. Su questo povero Lodovico sono iniziate a circolare voci poco piacevoli riguardo a sue frequentazioni… una vecchia megera, come si suol dire “una curatrice“.. Lo accusarono di recarsi per imparare le stregonerie e utilizzarle contro il Cancellier Pardolfo. Il giovane si difese dicendo di aver semplicemente chiesto alla donna un sollievo contro i pollini di cui precedentemente parlavo».
«Quindi tutto finito lì e…».
«Assolutamente! Il Cancelliere ha inviato una lettera all’Arcivescovo, dicendo che chi soffre di tali fastidi, è da intendersi come posseduto dal Demonio e dedito alla sua venerazione, in quanto gli alberi e la natura, doni del Signore, non possono fare male all’uomo».
«Ma molte erbe sono velenose. Per tutti gli uomini. I morsi di certe bestie selvagge, come i serpenti, per esempio, sono letali per tutti gli uomini. Come può basare un’accusa così pesante riferendosi a un malore che coglie solo una minoranza?».
«È per questo che Sua Eminenza l’Arcivescovo Valpattone mi ha chiesto di visitare questo tristo loco e rimettere un po’ di sale in zucca a questi scellerati governanti».
«Una missione degna di lode».
«Per la quale converrebbe ormai incamminarci. Le questioni da dirimere sono molte e spinose e non sarà un compito facile».
I due ripresero la camminata di buon passo, con un Gianberto invogliato dalle narrazioni di Padre Eugiolfo a giungere quanto prima in loco.
«Ecco, siamo prossimi al colle di cui ti parlavo» disse finalmente Padre Eugiolfo, «Sulla sua cima vedremo, in uno stupendo panorama, il bosco, a est Borgopioppeto, a ovest Pioppomanero, appena davanti alla costruzione da cui prende il nome, e a nord la casa del boscaiolo, Mastro Feller».
Gianberto, impaziente, corse verso la cima della collina per poter vedere il paesaggio che in un solo abbraccio avrebbe racchiuso tutti luoghi di cui aveva sentito parlare. Ma una volta lì giunto, restò alquanto deluso. Il rudere di Pioppomanero era ancora più derelitto di quando si aspettava, il villaggio pareva distrutto… il bosco ridotto nelle sue dimensioni, con tanti tronchi d’albero appena abbattuti nel mezzo a testimoniare una recente distruzione, e Borgopioppeto ridotto anch’esso a macerie.
«Padre, venga, padre, guardi!» urlò alla sua guida.
Eugiolfo accelerò il passo e raggiunse il suo compagno di viaggio.
«Resta in piedi solo la casa di Mastro Feller. Sbrighiamoci, andiamo da lui in fretta!».


I due giunsero presso la dimora del boscaiolo, dalla quale videro un uomo e un giovane, probabilmente il figlio, data la somiglianza, caricare i loro averi su un carro.
«Mi perdoni» esordì Ppadre Eugiolfo, «Lei è per caso il taglialegna Mastro Feller, per carica del Granduca, responsabile del bosco di pioppi tra Borgopioppeto e Pioppomanero?».
«Sarebbe più corretto dire “lo ero”» rispose l’uomo arrestandosi dal lavorare. «Suppongo lei sia il messo inviato dal Cardinale?».
«Sì. Temo però che il mio viaggio sia stato inutile».
«Oh, teme bene. In ciascun villaggio si è sparsa la voce di quanto avvenuto nell’altro, e sono iniziate le reciproche accuse. Gli abitanti di Borgopioppeto hanno saputo dell’imprigionamento del Lodovico Piridolfi, e un gruppo di giovani ha attaccato lo sceriffo pioppomanarese per liberarlo».
«Ma è inaudito» esclamò il giovane Gianberto.
«E pensate» proseguì il figlio di Mastro Feller, «Che, per rappresaglia, i pioppomaneresi si sono uniti per rapire la damigella Euclidea, promotrice dell‘idea di abbattere i pioppi!».
«Disdicevole».
«Così i Borgopioppeti hanno iniziato ad abbattere alberi» proseguì il Mastro, «I pioppomanaresi a combatterli, e noi abbiamo cercato di avvertire il Granduca perché mandasse l’esercito a sedare i combattimenti… ma egli sta cercando di conquistare i territori al nord e non aveva tempo per queste cose… così non è venuto nessuno… e così abbiamo un bosco e due borghi distrutti» concluse scoppiando a piangere.
«Cosa farete ora?» chiese il giovane Gianberto.
«Il Granduca ci ha offerto un altro posto altrove, ci stiamo trasferendo là» rispose il figlio di Feller, «Ma mio padre è molto legato a questi posti, e lo rattrista molto andarsene».
«E di Lodovico Piridolfi? E di quell’Euclidea?».
«Il primo disse ai Borgomanaresi di esser contrario all’abbattimento del bosco, nonostante i malori che gli provocava: “Per poche settimane all’anno posso sopportare“, disse. Così i suoi salvatori finirono per linciarlo. La donna invece, sembra abbia attirato le attenzioni del laido Cancelliere, rifiutandole. Ed è stata arsa sul rogo come strega», disse Feller singhiozzando.
Padre Eugiolfo sospirò, e guardò il boscaiolo:
«Siamo terribilmente dispiaciuti per quanto accaduto. Fossimo giunti prima, magari avremmo potuto risolvere qualcosa… ora vi lasciamo, gentile Mastro Feller. Abbiamo tolto fin troppo tempo ai vostri lavori  per rimembrare questi tristi eventi. I migliori auguri per il vostro nuovo incarico. Andiamo Gianberto, incamminiamoci. Sua Eminenza vorrà avere un resoconto dettagliato».

Il religioso e il suo adepto s’incamminarono, Mastro Feller e suo figlio proseguirono a caricare il carro.
“Con il sacrificio di un bosco ci siamo almeno liberati di tanta gente stupida” pensò tra sé il giovane Gianberto.