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22 agosto 2014

TtA #33 - Fratello Nicodemo #4 - Avvoltoi

GLI STRANI CASI DI FRATELLO NICODEMO

04 Avvoltoi

tipico specchietto per le allodole... :-P

Le due ragazze si salutarono. La bionda si diresse verso l’uscita del parco, probabilmente diretta verso la metropolitana. Aveva lo sguardo basso e l’aria cupa. La mora,  a testa alta e passo altezzoso, nella direzione opposta. Dal ghigno trionfante in viso sembrava soddisfatta.
«Buongiorno» le disse Fratello Nicodemo quando gli passò accanto. Lei trasalì nel vederselo spuntare all’improvviso, face un passo indietro e si portò la mano alla bocca.
«Mi ha spaventato, Padre» gli disse.
«Non sono “Padre”. O almeno a mia insaputa. Puoi chiamarmi “Fratello”. Possiamo anche darci del tu? Io mi chiamo Nicodemo. Fratello Nicodemo».
«Certo, se vuoi» disse lei ricomponendosi. «Io sono Pamela. A cosa devo l’onore?».
«Ti ho vista parlare con l’altra ragazza. Non stavo origliando, e volendo farlo, sarei stato troppo lontano. Però ho visto la tua amica andare via abbastanza rabbuiata».
«Quindi?» chiese Pamela un po’ seccata.
«Tutto bene?» chiese lui accigliato.
«Perché non dovrebbe?» rispose lei, ancora più seccata.
Lui non rispose, rimase a fissarla. Pamela sospirò.
«Ok, sediamoci» gli propose.
Si accomodarono sulla prima panchina libera che trovarono. Lui a sinistra, sull’angolo, lei un po’ più comoda sulla destra.
«Dunque?» chiese lui.
«La ragazza si chiama Angela. È una mia cara amica. Le voglio molto bene».
«Però?».
«Però secondo me sta con un ragazzo poco serio. La lascia da sola per uscire con gli amici, la trascura».
«E basta?».
«Secondo me ha un’altra. E lei si è messa con lui solo per i soldi. Secondo me non stanno per niente bene insieme».
«E poco fa le hai detto tutto questo?».
«No, solo che…».
«E appena potrai dirai al suo ragazzo tutto il resto?».
«A cosa vuole arrivare?».
«Fai spesso queste cose?».
«Dire quello che penso?».
«Seminare zizzania tra la gente».
«Come ti permetti? E perché sto qui a parlare con te? Non ci conosciamo nemmeno! Perché dovrei confessarmi con te?».
«Più che “confessarmi“, preferirei lo chiamassi “confidarmi”. La confessione richiede un’assoluzione, definitiva. Qui stiamo cercando di risolvere un problema. Anch‘esso definitivamente».
Lei lo guardò tra l‘incuriosito e l‘arrabbiato.
«Vuoi continuarne?»
«Sì» rispose lei sospetta. Voleva vedere dove questa discussione l’avrebbe portata.
«Rispondi a questa domanda: le cose che hai detto poco fa, le pensi davvero?»
«Si. No, è che... Io non riesco… a non guardare la gente in maniera negativa. A non leggere secondi fini nelle loro azioni. A pensare che stiano facendo anche cose buone senza aspettarsi qualcosa indietro un domani».
Lui socchiuse gli occhi e la guardò.
«Cosa c’è?» domandò lei allarmata.
«Continua. Cosa succede quando senti questi pensieri?».
«Io… cerco di scacciarli. Mi dico che sono perfida, che sono cattiva a pensar male…».
«Che a “pensar male si fa peccato”, giusto?».
«Anche…» aggiunse lei poco convinta.
«Ma che a volte ci si azzecca».
«Sempre» disse lei convinta, «Ecco», aggiunse pentita, «L’ho fatto ancora».
«Vai avanti. Cosa succede dopo?».
«Beh, osservo la persona in questione, studio le sue mosse, le sue parole, e valuto se quello che pensavo fosse vero o meno».
«Se realizzi che non lo è?».
«Raramente me ne convinco» disse lei dopo una breve pausa e un sospiro.
«E quando invece realizzi che lo è?».
«Se le azioni della persona in questione danneggiano me, la tengo a distanza, la allontano».
«Se invece, come nel caso di poco fa riguardano tue amicizie…» disse Nicodemo annuendo.
«Vado dritta al punto» disse lei con una punta di orgoglio, «Faccio il mio dovere. Avviso la vittima di quello che le succede».
«E generalmente, come si risolve la cosa? Sia nella prima casistica che nella seconda, intendo».
Lei tirò di nuovo un profondo respiro, e alzò le mani come per iniziare a gesticolare, ma si fermò subito.
«Molte amicizie finite» disse infine, con il tono di chi riconosce di aver fatto un danno. «Sia mie che altrui».
«In passato hai avuto esperienze simili? Intendo: amici o amiche hanno tradito la tua fiducia?».
Lei lo guardò con gli occhi arrossati.
«Sì, come a tutti… credo».
«Esatto: come a tutti. Queste cose sono naturali nei rapporti umani. Sai cosa non c’è di naturale?».
«Cosa?».
«Chi ci sguazza dentro. Hai presente “Gli Avvoltoi”?».
«Quelli della canzone?».
«Sì. Ce n’è una specie particolare. Pianta il seme della discordia nella gente, aspetta che germogli, e poi ne raccoglie i frutti».
«Credo di capire».
«No, non capisci: questi “avvoltoi” non sono persone, non sono animali. Sono piccoli demoni che si nutrono delle sofferenze altrui. Gli uomini (e le donne, nel tuo caso) non fanno altro che foraggiarli, ospitando i loro semi, e lasciandoli germogliare».
«Stai dicendo che sono posseduta? Guarda che io non credo in queste cose».
«Beh, innanzitutto, dovresti. Crederci, intendo. Secondariamente, no, non sei posseduta, ma porti dentro di te quel seme. La vita e le esperienze te l’hanno impiantato. Tu lo nutri e qualcun altro ne gode i frutti. Sei portatrice sana di perfidia».
«Mi faccia un esorcismo allora» disse lei sarcastica.
«Oh, no, non servirebbe. Posso solo darti un consiglio: pensa positivo, goditi la gente, e prima di pensare male, pensaci due volte. Tre, quattro».
«Finito?» chiese Pamela con una smorfia in volto.
«Sì, è stato un piacere» disse lui alzandosi e tendendole la mano.
«Addio» disse lei, stringendogliela e incamminandosi verso la sua destinazione.
Nicodemo si risedette, e la osservò allontanandosi. Pensò che forse i suoi tacchi fossero troppo alti per passeggiare in un parco. Dopo poco si sedette di fianco a lui la ragazza bionda che aveva visto prima insieme a Pamela.
«Ciao Angela» disse lui sorridendo
«Ciao Nicodemo» disse lei acida.
«Vedo che la mia fama mi precede» rispose ridacchiando.
«Perché sei qui?» chiese lei.
«Tu perché sei qui?».
«È il mio territorio. Stai alla larga».
Lui la guardò serio. La squadrò. Osservò il viso da ragazzina, il corpo snello, forse un po’ troppo esile, e i vestiti moderni e informali.
«Ho avvisato la tua “amica” di essere meno negativa» disse dopo una lunga pausa.
«E pensi che basterà?» chiese lei sempre acidamente.
«Oh, per i demonietti come te basta poco» rispose Nicodemo scrollando le spalle «Vi fingete mortali, vi inserite tra di loro, e fate il vostro lavoro. Chissà che fatica farti una falsa identità, conoscere gente, trovare un fidanzato e amici e amiche da infettare con le tue maldicenze».
Lei sibilò.
«Non distruggerai quello che ho costruito» gli disse.
«Non mi fai paura» rispose, «Di recente ho esorcizzato una casa, fatto a botte con una succube e liberato una bottiglia da un demone. È stato divertente. Ha fatto l’effetto del noto confetto nella celebre bibita gassata».
«Dove vuoi arrivare?».
Il tono della ragazza demone ora era nervoso.
«Non spreco esorcismi per avvoltoi come te. Basta mettere un po’ di buon senso nelle vostre vittime. Inducendola a dirti quelle cose, hai fomentato la sua sfiducia per la gente. Io ho riparato parte dei tuoi disastri».
«Non lo sai per certo».
«Si, l’ho fatto» ribatté con tono sicuro. «Ah, ultima cosa: non farti più vedere in giro. Non farti più vedere con quella ragazza, né con il tuo fidanzato. Sparisci e non farti vedere mai più».
«Oppure?» chiese lei spaventata.
Lui la guardò di sbieco.
«Potrei perdere tempo per un avvoltoio come te».
«Potresti?».
«Sono un uomo di Chiesa, vado dove devo e faccio le cose che vanno fatte».
«Potrei andare ovunque e riprendere a fare quello che faccio qui. Come mi troveresti?»
«Ti troverei nello stesso modo in cui ti ho trovata qui».
«E cosa dovrei fare? Sono un demone. Minore, ma un demone. Devo seminare discordia. Non so fare altro».
«Bene: questo da ora è il tuo problema. Risolvilo, e vedrai l’eternità. Va bene?».
Lei lo fissò attonita.
Nicodemo si alzò, e fece un cenno di saluto. Dopo alcuni passi si girò.
«A proposito: apprezzo l’ironia di scegliere il nome Angela, ma no. Non usarlo più».
Si voltò e se ne andò. Angela restò seduta sulla panchina, indecisa sul da farsi.


16 novembre 2013

TtA #28 - gli insoliti casi di Fratello Nicodemo #3

 
QUI l'1 e il 2
 
 
3: IL DEMONE NELLA BOTTIGLIA.


povero Bert!


 
Il proprietario del bar, Adam, cambiò il barilotto della birra e ne spillò un litro dentro all’apposito boccale che porse al frate appena incontrato.
«Offro io, ovviamente» disse Adam.
«Oh, no, guardi, non mi è permesso accettare, mi dispiace ma proprio non posso».
Estrasse dalla manica del saio il portafoglio e tirò fuori una banconota da dieci.
«Bastano?» chiese ad Adam.
«Certo, anzi le devo pure dare il resto».
«Oh, lo tenga come mancia ai camerieri».
Mentre i due parlavano, entrò un uomo sulla quarantina, con un completo grigio che un tempo doveva essere stato elegante, ma che ora era trasandato come il suo indossatore: capelli sporchi, barba sfatta, andatura caracollante.
«Adam, il solito» disse sedendosi di fianco a Nicodemo. Dal modo in cui strascicava le parole, si capiva che era già brillo.
«Bert, non posso…» balbettò Adam, guardando Nicodemo.
«Cosa dici non puoi» rispose Bert, «Voglio il mio solito whisky doppio».
«Bert, dai, stai messo male… non posso darti ancora da bere» ribatté l’altro.
«Che problema c’è, fratello?» si intromise Nicodemo rivolto ad Bert.
«Il prete sta bevendo un litrozzo» insistette questi con il barista, «Un litrozzo di birra al pretino e a me nulla» alzò la voce Bert.
Nicodemo lo squadrò, poi disse , rivolto ad Adam:
«Gli offro io da bere. E se sta male lo porto a casa io. Allora, amico, cosa vuoi scolarti?».
Bert guardò storto Nicodemo, poi disse al barista:
«Molla qua la bottiglia di whisky. Anzi no, ne vogliamo una intera nuova. Una intera nuova per me e il mio amico».
Adam sospirò e porse la bottiglia con due bicchieri ai clienti.
«Io prima finisco la birra, ovviamente» disse Nicodemo.
«Bravo il pretino, che sopporta l’alcool» disse Bert, «Non come la mia ex moglie che non sopportava me e se n’è andata con un avvocato… che le sta pagando la causa di divorzio… e mi sta spennando e io faccio un sacco di straordinari al lavoro, per stare a pari con i soldi… e quando esco avrò diritto a bermi quello che mi va?».
Nicodemo lo guardò sorridendo.
«E il mio capo non vuole» riprese Bert, «Perché dice che se torno a casa ubriaco il giorno dopo non rendo… e ho dimenticato solo tre volte di puntare la sveglia e sono arrivato tardi al lavoro… tre volte in due settimane… in dieci giorni, va bene… ma ti sembra un motivo per… per…»
L’uomo guardò in alto, fece roteare la testa, e si accasciò sul bancone.
«È cotto» disse Nicodemo ad Adam, che però restava immobile.
Si guardò intorno, e notò che tutti quanti stavano fermi, il fumo ristagnava nell’aria e le bollicine della sua birra stavano ferme a metà bicchiere. Anche le lancette dell‘orologio non si muovevano più.
«Mi pare evidente che ci sia qualcosa di strano» disse a voce alta, come se stesse provocando qualcuno per avere una risposta.
«E bravo il pretino» rispose Bert, improvvisamente destatosi, con una voce che non era sua. «Stai esagerando, devi starci lontano».
Poi Bert si riaccasciò, e tutto cominciò a muoversi come prima.
Nicodemo sospirò.
«Lo porto a casa io» disse ad Adam.
«Lei? In taxi?»
«Lei chi? Io lo porto a casa. In moto. Ho un sidecar».
«Ok, come vuole. L’aiuto a portarlo fuori?».
Nicodemo fece cenno di no con la testa e tirò un calcio a Bert che si destò di colpo.
«Vai in bagno, sciacquati il viso, poi ti porto a casa».
Questi lo guardò, inebetito. Fece cenno di assenso con il capo, e si alzò diretto verso la toilette.
«La bottiglia ce la portiamo via» disse Nicodemo lasciando un cinquantone ad Adam. «E per favore» proseguì, «Non fare più la sceneggiata del barista coscienzioso solo perché ci sono io. Tu i tuoi clienti li sfondi di alcool e te ne freghi se stanno male».
Adam non replicò: si chiese solo come potesse qual frate, sapere la verità che aveva cercato di celare.
Bert tornò. Nicodemo lo prese per un braccio mentre con la mano libera reggeva la bottiglia.
Lo accompagnò alla moto, tirò fuori dal portaoggetti due caschi, si mise il suo e porse l’altro ad Bert, che lo guardò come fosse un oggetto sconosciuto.
«Uhm, magari per stavolta non lo metti, eh? Non vorrei che ci vomitassi dentro. Sarebbe una storia divertente da raccontare tra qualche anno agli amici, ma imbarazzante sul momento. Ok?».
Bert annuì.
«Reggi la bottiglia. Non romperla, perderla o lanciarla per strada. E non aprirla per bere. E non romperla, mi raccomando. Dove ti porto?».
«Abito al motel Palissandro» disse con tono meno ebete di prima. L’aria fresca della sera doveva averlo almeno un po’ risvegliato.
«Il glorioso motel Palissandro. Dove va chi deve vedere l’amante, chi non ha un posto dove stare con la fidanzata, chi non ha una casa propria, come me…».
«Sì sì va bene» gli disse Nicodemo per interromperlo, «Metti il casco e partiamo».
I suoi guai li aveva già sentiti, non aveva voglia di sciropparsi un altro pippone.

Lo accompagnò a destinazione, e rimase ad osservarlo mentre entrava nell’edificio dopo essersi fatto riconsegnare la bottiglia. Poi si diresse sempre in moto verso un parco intravisto durante il viaggio. Il posto era desolato. Vi entrò con il veicolo, nonostante sapesse che non si poteva. Si fermò in uno spiazzo nascosto alla vista di possibili passanti, e tirò fuori la famigerata bottiglia che aveva adagiato sul fondo del sidecar.
«Il casco che uso io di solito è aperto», disse parlando tra sé, «Avrei potuto offrirlo a Bert, al posto di quello chiuso che tengo per i passeggeri. Che sciocco sono stato».
«Ma allora non sarebbe stato più il tuo casco» disse una voce simile a quella udita al bar.
«Oh, rieccoti» rispose Nicodemo rivolto alla bottiglia, mentre la riponeva su una panchina lì vicina.
«Se presti una cosa a cui tieni a qualcuno» riprese la voce, «Poi è come se fosse meno tua».
«È per questo che volevi che non ti “rubassi” Bert?».
«L’ho puntato da un bel po’. Non me lo soffi sotto al naso».
«Come funziona la cosa dei “demoni nella bottiglia“? Entrate in una bottiglia a caso e chi vi becca peggio per lui, o cercate i disperati e li tormentate ulteriormente passando di bottiglia in bottiglia?».
«Semplicemente offriamo sollievo alle pene di chi ha bisogno» rispose l’altro con tono seccato.
«Per poi peggiorare la situazione? Come società di servizi fate parecchio schifo».
«Sono gli uomini gli unici artefici del loro destino. Il libero arbitrio e bla bla bla».
«E voi fate i castigamatti?».
«Mi piace come definizione. Potremmo dire così».
«Però poi io castigo voi».
«Appunto: hai recepito il messaggio che ti ho dato al bar? Stai infastidendo il mio boss. Potresti cortesemente rompere le palle a qualcun altro? Ci sono tanti demoni all‘inferno».
«Quindi potrei lasciare in pace il tuo capo e occuparmi di qualcun altro? Qualcun altro, per esempio, che gli mette i bastoni tra le ruote nella grande scalata sociale alle gerarchie degli inferi?».
«Sì, non sarebbe male».
«E secondo te lo farei così a gratis?».
«Ciccio, ci sono persone che si corrompono e persone che si minacciano. A quale categoria preferisci appartenere?».
«E dovrei sentirmi minacciato da un trucchetto di possessione e stasi temporale come quello del bar?».
«Sì forse ti ho sottovalutato».
Nicodemo scosse il capo, estrasse dalla manica l‘aspersorium, ma lo trovò vuoto. Si avviò a una fontanella lì vicino e lo riempì.
«Che fai?» chiese il demone.
«Niente, niente, stai tranquillo dentro la tua bottiglia».
«Che diavolo stai facendo?» urlò terrorizzato il demone.
«Faccio quello che va fatto».
Nicodemo recitò la formula per benedire l’acqua, scosse un po’ l’aspersorium e si avvicinò alla bottiglia.
«Se la shakero un po’, viene benedetta meglio».
«Fermo, non puoi, lo sai che se stappi la bottiglia…».
«Ti sei manifestato dentro a Bert, poi sei tornato nella bottiglia. Ora farò in modo che tu non esca più di lì».
Velocemente, Nicodemo stappò la bottiglia e vi versò dentro l’acqua benedetta contenuta nell’aspersorio. Il demone lanciò un urlo che stordì il frate, che cadde all’indietro. Vide la bottiglia tremare, il suo interno diventare luminoso, e fare schiuma marrone che con un rombo schizzò verso l’alto per poi ricadere verso terra e bagnare un’area del diametro di una decina di metri, inzuppando pure lui stesso.
«Meglio delle Mentos nella Coca Cola» disse.
Si rialzò lentamente e non senza smorfie di dolore. Prese la bottiglia, e la ruppe per terra.
«Non credo che sia saggio farti riciclare».
Poi si infilò il casco e accese la moto.
«Doccia, nanna…e domani mattina lavare moto e saio. Diamine».



 

 

17 settembre 2012

TtA#21 - Fratello Nicodemo II -

Imagine is not related
Il locale ristagnava di fumo, odore di fritto e musica fastidiosa. I tavoli in legno erano pregni dell’unto dei cibi e sfregiati dagli “io sono stato qui” lasciati da avventori maleducati e narcisisti. La cameriera guardò le lancette dell’orologio a muro augurandosi che il loro scivolare verso la fine del turno accelerasse, quando la sua attenzione fu colta dall’entrata di un uomo in saio. Cappuccio calato sul volto e mani incrociate nascoste dentro le larghe maniche, si sedette al posto libero al bancone. I pochi avventori presenti lo fissarono sorpresi per qualche secondo, poi tornarono a pensare ai loro problemi da affogare in alcol e porcherie ipercaloriche. La cameriera si diresse ancheggiando verso di lui, masticando vistosamente la gomma americana che ormai non sapeva più di menta.
«Il signore desidera?» chiese in tono quasi provocatorio.
«Nostro Signore desidera solo il nostro bene» rispose il frate impassibile.
«Intendevo dire, le porto qualcosa, padre?».
«No, non sono tuo padre».
«…».
«Al massimo fratello».
«Scusa?».
«Al mondo siamo tutti fratelli».
«Oh, scusa, chissà cosa avevo capito» rispose lei ironica. «Qui c’è l’obbligo di consumazione. Almeno un cappuccino lo devi prendere».
«Chissà perché danno tutti per scontato che io voglia un cappuccino».
«Perché sei un prete?».
«Non sono un prete».
«Oh, nervosetto? Te lo faccio decaffeinato?».
«Una Kapuziner».
«Scusa?».
«Una birra».
«Oh, certo» rispose lei sorpresa.
Fece il giro del bancone e iniziò a spillare la birra. «Non pensavo voi preti beveste alcol».
«Non sono un prete. E ammetto di fare molte cose inconsuete per molti miei fratelli».
«Uhm».
Appoggiò la birra sul bancone sporgendosi in avanti, mettendo in bella mostra la scollatura.
«E tra le cose inconsuete cos’altro c’è?».
«Oh, non credo che ti piacerebbe saperlo».
«Uh, magari sì. Alle ventidue spaccate scappo da questo postaccio. Ci vediamo sul retro?».
«Se proprio vuoi» rispose lui facendo capolino dal suo cappuccio.
«Finalmente ti vedo in faccia» rispose lei. «Hai anche un nome?».
«Chi vuole può chiamarmi Nicodemo».
«Ciao Nicodemo. Sono Heater».
«Lo sapevo già».
«La mia fama mi precede?».
«La tua fama mi porta verso di te».
«Lusingata. Sei stato fortunato che questa sera non si sia presentato nessuno d‘interessante».
«Lo prendo come un complimento».
«Allora a dopo» disse lei ridendo mentre si dirigeva verso un tavolo da pulire.
Alle 22.17 la cameriera attendeva già da un po’ sul retro del locale. Si guardò intorno. Il vicolo pareva deserto. Che il prete, fratello o monaco o il diavolo che era le avesse tirato un bidone? Certo, riuscire a traviare un uomo di chiesa sarebbe stato un bel colpo. Ma sentiva che questo aveva qualcosa di strano… che la attraeva e rifuggiva allo stesso tempo. Frugò nervosa nella borsetta, e tirò fuori un pacchetto di sigarette già iniziato. Ne prese una, la fissò e questa si accese. Tirò due boccate spazientita, poi fece per andarsene. Il frate sbucò dall’ombra in quel momento.
«Mi hai spaventata» gli gracchiò contro.
«Carino il trucco della sigaretta» disse lui.
La cameriera fece per scagliarsi verso di lui, ma l’uomo tirò fuori un aspersorio.
«No, senti, possiamo parlarne!» supplicò lei.
«Succube?».
«Come passatempo. Una ragazza deve pur divertirsi in qualche modo».
Lui la fissò di sbieco.
«Ok, sì, ma solo per arrotondare lo stipendio».
Lui la guardò ancora peggio.
«Va bene, sono una maledetta succube venuta qui dritta dall’inferno per sedurre uomini piacenti, nutrirmi della loro energia vitale e far finire le loro anime all’inferno dove il mio capo potrà tormentarle per l‘eternità».
«Hai riptetuto due volte “inferno”».
«Sono nervosa».
«Nome?».
«Quello da demone? Scordati che ti dica…».
«Quello del tuo capo» la interruppe il frate, «Che vuoi che me ne freghi di una sciacquetta alle prime armi!».
«Hey, ho centosettantadue anni di onorato servizio!».
«A casa ho sandali più vecchi di te».
«Ma tu indossi anfibi!».
«I sandali li colleziono».
La succube rimase interdetta. Quest’uomo, era da prendere sul serio oppure no?
«Te l’avevo detto: faccio cose inconsuete anche per i miei fratelli. Ora: puoi dirmi il nome?».
«Te la sei presa perché ho cercato di sedurti? Cazzo, è la mia natura, non posso non farlo».
«E io non posso non fare quello che va fatto. Il nome, grazie».
«Non posso dirti il nome, diavolo, Nagarotto mi ucciderebbe».
«Nagarotto? Diavolo tormentatore adorato dal Patriarcato Nero?».
La succube, capendo di averla fatta grossa, si lanciò addosso al frate. Questi le gettò addosso acqua santa dall’aspersorio, ma lei gli era già addosso che cercava di mordergli il volto.
«Signore Gesù Cristo» recitò lui, a fatica, schiacciato a terra dalla nemica. «Verbo di Dio Padre e Signore dell'universo, tu hai dato agli Apostoli il potere di scacciare i demoni nel tuo nome e di vincere ogni assalto del nemico…».
Combattere e parlare gli veniva difficile, ma resistette e continuò:
 «Ti supplico di infondere in me la tua forza perché, saldo nella fede, possa combattere lo spirito maligno che tormenta questa… questa…».
  Davanti al suo esitare, la succube sibilò trionfante. Schizzi della sua saliva gli colpirono il viso, scottandolo e sfrigolando sulla sua pelle. Il frate rotolò di lato, lasciando sotto di sé la nemica. Le mise le ginocchia sulle braccia per bloccarla.
«Ti ordino, Satana, seduttore del genere umano: riconosci lo Spirito di verità e di grazia, lo Spirito che respinge le tue insidie e smaschera le tue menzogne. Esci da questa creatura».
«Hai sbagliato la formula, cretino!» lo schernì lei.
Nicodemo, rabbuiato e un po’ in agitazione, estrasse una Bibbia dalla manica del saio e iniziò a colpire la nemica sulla testa. La pelle sulle contusioni del viso della ragazza iniziò a screpolarsi, a sfaldarsi e a cadere, mostrando il vero volto, allungato e dalla pelle scura, del demone che era realmente. Il frate proseguì a colpirla con maggior forza, come in preda a un furore sacro. Il corpo della succube aveva iniziato ad ardere. Nicodemo,standole seduto addosso ne sentì il calore e fu costretto ad alzarsi. Recuperò l’aspersorio e le gettò addosso l’acqua santa in esso contenuto. Il demone giaceva ora a terra fumante, in un odore di gomma bruciata.
«Amen» disse il frate facendosi il segno della croce. «Sarà morta?» si chiese, tirandole un calcio con la punta degli anfibi Non vide nessuna reazione, aspettò un attimo, e la scalciò di nuovo.
 La succube si destò, scattò in piedi e lo spinse contro alcuni bidoni della spazzatura, facendolo rotolare per terra per alcuni metri. Il frate cercò di alzarsi e recuperare la Bibbia, tenendosi le costole che gli dolevano. Lei gli fu addosso e lo schiacciò di nuovo a terra. Il frate iniziò a recitare le sue ultime preghiere:
«Signore, ti prego perdona i peccati di questo tuo umile servitore che troppe volte…», per fermarsi quando si accorse che nulla succedeva.
Aprì gli occhi e guardò quello che restava di Heater: era ormai una statua inerme di carbone, quasi un fossile. L’uomo raccolse le sue forze e se la levò di dosso. Questa cadde a terra fracassandosi in mille pezzi di polvere nera. Nicodemo si rialzò e si ricompose, ridendo nervosamente.
«Cosa sta succedendo?» urlò il proprietario del bar, uscendo in quel momento dalla porta sul retro. «Oh, niente, dei vandali stavano dando fuoco alla spazzatura. Li ho scacciati e ho spento le fiamme. A momenti mi scottavo».
«Oddio! Tutto bene, frate?».
«Sì, mi ha chiamato con il titolo giusto! Il primo, stanotte!».
«Scusi?».
«Sì, tutto bene» rispose lui sospirando.
«Vuole entrare? Sistemarsi in bagno? Vuole qualcosa da bere?».
Lui ci pensò su un attimo.
«Magari un cappuccino. Decaffeinato, però».
«La facevo tipo da birra» rispose l’altro.
«Con il rispetto dovuto, la Kapuziner, qui, è un po‘ annacquata».
«Oh, mi dispiace non le sia piaciuta. Deve essere stato il fondo del barilotto. Le offro una Franziskaner?».
«Oh, come posso rifiutare?».
«Senta, fratello» chiese il proprietario facendogli strada nel locale, «Vorrei parlarle di una mia dipendente, una cara ragazza, ma temo stia prendendo una brutta strada. Vede, questa ragazza, che si chiama Heater…».


Le preghiere di esorcismo sono tratte da: http://esorcismo.altervista.org/esorcismo_maggiore.htm

30 agosto 2012

TtA#20 : GLi Insoliti Casi di Fratello Nicodemo 1

IL CASO DELLA CASA E DELLA BAMBINA ALBINA
una recente immagine del protagonista
 
La direttrice accolse Fratello Nicodemo all‘ingresso dell‘Istituto. «È davvero una storia triste, quella della bambina!» disse, camminando insieme nei lunghi corridoi del palazzo.
«La morte di sua madre Alanna, l’alcolismo del padre Maximillian, l’infermità, la pazzia e la morte del nonno Irwin, gli incubi e le crisi isteriche della nonna Edelfa. E… insomma… essere nata albina… non l‘ha certo aiutata».
«Certo» disse il frate, disinteressato, con il cappuccio calato sul volto.
«Sono contenta che qualcuno s’interessi alla sua storia. Pensi: la famiglia l’ha fatta curare per via dei gravi problemi psicologici che questi traumi le hanno causato!».
«Come no» sbuffò Nicodemo, «Per caso c’entra il fatto che la piccola sia albina?».
La direttrice fece una smorfia e si chiuse in uno sdegnato silenzio, interrotto solo quando i due arrivarono alla porta della stanza dei giochi.
«Alena è qui da sola. Non ama la compagnia degli altri pazienti».
«Mi domando: quale bambino sano di mente amerebbe stare con degli ammalati veri?».
  La donna fece per rispondergli, ma l’uomo spalancò la porta e finalmente poté vedere per la prima volta la bambina dai capelli bianchi e carnagione pallida, di quattro, massimo cinque anni, mentre impegnata, stava disegnando curva su un tavolo.
«La prego di essere gentile e cauto, la bimba è molto sensibile» consigliò la direttrice, con tono severo. Il frate parve non aver ascoltato una sola parola, e si diresse dritto verso la piccola.
«Sei tu Alena?».
La bambina alzò gli occhi e lo fissò inespressiva, senza rispondere.
«Come le ho spiegato, la bambina non parla da anni» disse la direttrice, con tono seccato.
«Sei stupita che uno come me sia interessato alla tua storia?» proseguì l’uomo, ignorandola.
«Fratello Nicodemo» interruppe la direttrice, «Non mi ha detto come fa a conoscere la famiglia della bambina».
«Mai detto di conoscerla, infatti» rispose, scocciato per l’intromissione.
  «Cosa?». «Sono un uomo di Chiesa, vado dove devo e faccio le cose che vanno fatte».
A queste parole Alena fissò profondamente il volto dell’uomo in abito da monaco.
«Non è colpa mia, per tutte quelle cose brutte» urlò.
«Oddio! Alena ha ripreso a parlare! Devo avvisare i suoi famigliari, devo…».
«Scusi, sta disturbando» le disse il frate, secco.
«La bambina parla! È un miracolo!».
«Ha davanti un uomo di Chiesa, no?». La direttrice rimase di nuovo senza parole..
«Tu mi credi, sai che non sono stata io, vero?».
«Sì, bambina. So tutto. O per lo meno, so quello che c‘è da sapere».
«Hanno incolpato me perché sono brutta e mi hanno rinchiuso qui con la scusa che sono pazza!» sbottò alla fine.
«No tesoro», la tranquillizzò Nicodemo con tono rasserenante, «Non hai niente che non va, te lo assicuro».
Le porse la mano, lei gliel‘afferrò energicamente con aria speranzosa negli occhi, e i due si incamminarono verso l’uscita della stanza.
«Lei non può portare fuori la bambina! La luce le farà male.» urlò la direttrice.
Nicodemo sbatté la porta alle sue spalle, e questa si chiuse facendo scattare la serratura. La donna rimase bloccata dentro. Alena rise.
«Ti ho portato un ombrello per ripararti dal sole».
«Ho già il cappuccio della mia felpa» rispose lei.
Nicodemo sistemò Alena nel sidecar della sua motocicletta, per portarla presso la casa di lei.


«I preti possono usare la moto?» gli chiese la bambina, scendendo dal veicolo, una volta arrivati.
«Non sono un prete. E non è questa la mia abitudine più strana» rispose lui.
La piccola si diresse verso casa, e suonò energicamente il campanello. Quando la porta si aprì comparve il padre.
«E tu cosa fai qui?» riuscì a biascicare, con aria poco presente.
«Papà, devi uscire dalla casa».
«Uh?».
Nicodemo afferrò l’uomo e lo tirò fuori dall’uscio, facendolo quasi cadere a terra. Alena corse dentro, e tornò fuori poco dopo spingendo la nonna con le mani sul sedere.
«Che diavolo sta succedendo? Lei chi è? Questa bambina non dovrebbe stare qui».
«Non c’è più nessuno in casa» disse Alena.
«Pretendo di sapere chi è lei! Si vergogni, un uomo di chiesa!» urlò ancora la vecchia.
Il frate la ignorò e prese dalla propria borsa una Bibbia, un libro di preghiere e un aspersorio. Gettò l’acqua santa verso l’edificio, e iniziò a recitare una serie di preghiere in latino, con un tono di voce progressivamente sempre più alto, che raggiunse l’apice quando sollevò per aria la Bibbia urlando:
«Abbandonate questa casa, schifosi, e smettete di gioire delle disgrazie di chi vi abita!».
Le porte e le finestre della casa si spalancarono, le persiane iniziarono a sbattere seppur non tirasse un fil di vento. Nicodemo proseguì con le sue preghiere urlate. Dall’interno della casa si udirono delle voci stridule, che raggiunsero il culmine in un urlo di dolore talmente potente da obbligare i presenti a tapparsi le orecchie. Poi tutto tacque. L’uomo si girò verso gli altri con aria stanca ma soddisfatta. Dalla porta della casa, alle sue spalle, uscì uno sbuffo di fumo.
«“Schifosi“ non è uno dei termini più consigliati, ma a quanto pare funziona».
Alena gli corse incontro e lo abbracciò. Lui la portò dal padre.
«Se ne prenda cura» gli disse. «Riguardo a lei, signora», disse rivolto alla nonna, «Avrà capito che non è stata la bambina la causa di tutte le sciagure che hanno colpito la vostra famiglia».
La donna lo fissò infuriata.
 «Tutti i nostri problemi erano allora dovuti ad una casa infestata e non a… a mia figlia…» si intromise Maximillian
«No, Santissima Grazia del Signore!!!» sbottò lui. «La casa era infestata, è vero. Gli spiriti vi tormentavano, ma voi avreste dovuto distinguere il male fatto da loro da quello che vi siete causati da soli».
«La morte di mia moglie…».
«Una tragica fatalità» rispose Nicodemo.
«L’albinismo di mia figlia…».
«Genetica».
«Il mio alcolismo…».
«Ti sei lasciato andare».
«La malattia di mio padre…».
«Un altro tragico evento, pace all’anima sua» disse il frate facendo il segno della croce. «I demoni che infestavano l’edificio si nutrivano del vostro dolore, della rabbia, delle vostre recriminazioni, non ne erano la causa. E più voi vi consumavate, più loro si nutrivano».
«Se avessimo trovato la forza di reagire…» .
«Non avreste avuto bisogno di me» concluse. «Anche se una scampagnata me la sono fatta volentieri».
Maximillian si mise a piangere stringendo a sé la figlia.
«Perdonami amore, è colpa nostra, non avremmo dovuto incolpare te…».
«Sentito?» gridò Nicodemo verso la nonna. «Cos’ha da dire lei, a riguardo?».
«Io… io…».
«Lei ha sempre attribuito la colpa delle sciagure alla bambina. Pensava fosse indemoniata, o posseduta o chissà cosa».
«Ha… hai anche cercato di convincermi che non fosse figlia mia» disse Maximillian tappando le orecchie alla bambina, «Ma del demonio».
«Oh, uno dei miei classici preferiti» proseguì il frate. «Signora, le sue erano solo superstizioni che stavano per rovinare la vita a una bambina».
La donna restò in silenzio con aria colpevole.
«Purtroppo per questa ignoranza l’unico esorcismo è capire la propria ignoranza».
La nonna fece per avere una reazione, ma Nicodemo la fermò.
«Si, si, ok, saltiamo la parte lacrimevole in cui mi ringrazia e mi dice che cambierà, e passiamo direttamente a quella in cui lei cambia e tratta sua nipote con amore. Va bene?».
Senza attendere risposta si avviò verso la motocicletta, e accese il motore.
«Come amo dire: io sono la risposta alla vostra preghiera: “Liberaci dal male“».
Alena rise, e gli fece un cenno di saluto. Lui ricambiò, strizzandole l‘occhio e facendo il segno della croce ai suoi famigliari. Poi si mise il casco e partì lungo la strada, scomparendo tra la polvere alla loro vista.