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18 marzo 2013

TtA#22 - l'automobile che non si poteva fermare

L’AUTOMOBILE CHE NON SI POTEVA FERMARE



Era tanto tempo che vi trascuravo... rieccomi con una storia ispirata ad un mio sogno ricorrente



Si svegliò stordito e con un senso di smarrimento. Ci mise un po’ a riconoscere il sedile posteriore della propria automobile.
“Che ci faccio qui?” si chiese mettendosi a sedere.
 Si accorse con orrore che il veicolo era lanciato a folle velocità su un rettilineo, senza nessuno al posto del conducente. Osservò il volante, che restava immobile, permettendo che la corsa proseguisse dritta. Dallo spazio tra i due sedili anteriori si sporse in avanti, allungando le mani per cercare di afferrarlo. Lo toccò appena e il veicolo fece un pericoloso spostamento sulla destra. Con uno scatto lo riportò in linea retta, leggermente scostato dal centro della carreggiata. Fin dove poteva vedere, la strada sembrava dritta, ma non sapeva ancora per quanto. Di sicuro non sarebbe stata infinita. Lasciò andare il volante, dolcemente. Il veicolo non si spostò dalla sua traiettoria. Provò a scivolare in avanti per raggiungere il posto del conducente, ma si accorse di non riuscirci. Provò allora in quello del passeggero. Fece attenzione a non urtare il volante: prima una gamba, poi il corpo… non ci passava. Guardò preoccupato la strada: sempre dritta, fino a dove poteva vedere. Di fianco a lui solo campi incolti, a perdita d’occhio. Tutto sudato, tornò alla posizione di partenza, e gli venne un idea: i sedili erano reclinabili! Tastò velocemente alla ricerca della manopola, e una volta trovata abbassò lentamente il sedile del conducente.
“Ce la faccio!” gli scappò a voce alta.
Terminata l’operazione, prima di scivolare in avanti, gettò un’occhiata ai pedali: erano al loro posto e non sembravano manomessi. Perché diavolo allora quel mezzo correva così forte? Lentamente, ma con gesti decisi, prese posto finalmente al volante, che afferrò saldamente con entrambe le mani. Schiacciò il freno, ma non ottenne nessun risultato. Provò con la frizione: spinse fino in fondo, poi cercò di scalare la marcia: la leva del cambio si mosse, ma la folle e velocità del mezzo non mutò. Di fronte a lui, sempre strada, spianata e sgombera, in mezzo al nulla. Con un respiro profondo, afferrò il freno a mano, tirandolo con forza. Nessun risultato.
“Ma che diavolo succede?”.
Per assurdo che fosse provò con l‘ultima cosa che gli era rimasta: l’acceleratore.
“Tanto più forte di così non posso andare”, si disse.
La lancetta dell’indicatore di velocità era sul massimo. Premette il pedale, e lo sentì arrivare molle alla fine della sua corsa.
“Cazzo!” imprecò.
Lo lasciò andare, e tornò al suo posto, senza nessuna alterazione sulla corsa dell’automobile. Forse finirà la benzina? L’indicatore del serbatoio segnava il pieno, che lui non ricordava di aver fatto. “Con tutto quello che costa la benzina, oggi chi mi ha fatto questo scherzo deve odiarmi proprio tanto”, ironizzò amaramente tra sé.
A questo punto poteva solo sperare che il motore fondesse. Guardò il termometro, che indicava la temperatura media.
“Ma ho tutto a sfavore, oggi!”.
Pensò alla strada: se la strada si fosse protratta sempre libera e sgombra, magari la benzina sarebbe finita. Ma alla minima curva, a quella velocità, si sarebbe capottato. Cercò nel proprio giubbotto il telefono cellulare senza trovarlo. Per la rabbia picchiò un pugno sul cruscotto, per poi guardare terrorizzato il volante, che per fortuna non si mosse. Lo afferrò di nuovo, e iniziò a schiacciare tutti i pedali a caso, tirare il freno a mano, alzare e abbassare la temperatura del climatizzatore, tirare su e giù i finestrini elettrici, regolare lo specchietto retrovisore manualmente e quelli esterni con l’apposita levetta, ma tutto restava invariato. Si asciugò il sudore dalla fronte, e respirò profondamente per calmarsi, quindi riportò lo sguardo sulla strada: in fondo ad essa apparve un muro, un altissimo muro in pietra. Impaurito cercò nuovamente di frenare, ma non ottenne risultato. Distinse in mezzo al muro la sagoma di un cancello, e, contemporaneamente, sentì la macchina decelerare. Più ci si avvicinava, più il mezzo rallentava. A pochi metri da esso, si fermò. Sul cancello campeggiava un cartello:
INFERNO.
“No!, No!”.
Provò ad aprire la portiera, ma era bloccata. Cercò di abbassare il finestrino, come aveva fatto prima, ma stavolta non ci riuscì. Provò a riavviare il mezzo, che però non ripartiva. Iniziò a picchiare contro il parabrezza e finestrini, ma si procurò solo un forte dolore alle mani. Cercò nel cruscotto e sotto ai sedili qualcosa per sfondarli, ma non trovò nulla. Il cancello si aprì e il veicolo si avviò, a passo d’uomo, verso di esso.

28 febbraio 2012

Tales To Astonish #16 - All'Inferno


immagine tratta da: http://kazzate.com/cazzate/facebook/barzellette/linferno-e-esotermico-o-endotermico/



Dicono che quando muori tutta la vita ti scorre davanti, come in un film. A me non è successo: mi è caduto qualcosa in testa, e tanti saluti. Mi piacerebbe, averla vista, la mia vita in un film, così adesso saprei perché mi ritrovo, in questo cazzo di posto. E sì, belli, perché sapete, da morto dove sono finito? All’inferno. Mi sono risvegliato incatenato a testa in giù, nudo, a una roccia (credo sia una stalagmite, giusto?) Va dal basso verso l’alto, dovrebbe proprio essere una stalagmite… ma che ve lo dico a fare? Mica potete venire qua a correggermi, giusto?), con un demone dall’alito fetido che mi punzecchia continuamente con un pungolo elettronico, di quelli che usano per il bestiame. Mi sono svegliato qui, e non so perché, e c’è ‘sto stronzo che mi pungola e se la ride. Io urlo, lo insulto, lui ride e prosegue a pungolarmi. Forse non capisce neanche quello che dico. Boh. Ogni tanto c’è il “cambio della guardia”, arriva un altro a prendere il suo posto, e si scambiano qualche parola. Qualche grugnito. Voi direte che così posso tirare il fiato e riposarmi. No: è peggio di prima! Mi sorbisco tutte le urla e le lamentele degli altri dannati: dai semplici “ah che dolore” e “Oh, come soffro!” , a più articolati “oh, come sono sfortunato!”, “vi prego, non lo faccio più” (e ti credo: te l’hanno spiegato che sei morto?) a più articolate giustificazioni sui loro peccati e sul perché li abbiano commessi. “Se quel giorno non avessi scippato la vecchia, lei non avrebbe picchiato la testa e non sarebbe morta”, “se mio marito non mi avesse trascurata io non gli avrei fatto le corna. Con suo fratello”, “se non avessi schiavizzato tutte quelle ragazze”. Uno una volta è stato fantastico: “Non è colpa mia se non ho trovato lavoro e ho dovuto spacciare per vivere”. Mitico. E c’è pure gente famosa! Tantalo, ad esempio! Quello circondato da frutti che non può cogliere e acqua che non può bere perché quando tende le mani questi si allontanano. E lui geme per la fame e la sete. E continua a tendere le mani e a provare a bere, nonostante che in tutti questi secoli non ci sia riuscito. E chiede a tutti quelli che passano se possono aiutarlo. Quantomeno patetico. Poi c’è la coppia Ugolino-Ruggeri. Il primo, ve lo ricorderete, è quello di Mai Dire Gol. Scherzo, è quello rinchiuso nella torre eccetera. Sì, su questo Dante ci ha azzeccato. L’arcivescovo si lamenta di esser sbranato dal Conte, il quale si lamenta di dover sbranare l’Arcivescovo. Ma cazzo, lui le prende, tu gliele dai, stai messo meglio di tutti noi poveri scellerati, no? Uno dei pochi motivi di divertimento è nel guardare, quando riesco, il girone dei lussuriosi, su cui però temo di non poter scendere nei dettagli. Vi basti sapere che ci sono due tipe che si devono dare un gran daffare: tale Geltrude e tale Lucrezia. Entrambe hanno avuto a che fare con il mondo religioso, mi sembra di capire. L’unico momento di divertimento, invece e per fortuna, lo regala Sisifo. Prende questo macigno, lo spinge in cima al monte, e una volta arrivato a destinazione, mentre si asciuga il sudore dalla fronte, la roccia rotola giù. E lui ogni volta fa una faccia… indescrivibile. Ma io mi chiedo: quanti anni sono che fai ‘sta cosa del macigno? Ma non lo capisci che non starà su mai? E ogni volta ti viene fuori quella faccia delusa? Ah, che babbeo. Io qualche giorno glielo dico quanto è scemo. Che poi non è che qui ci sia un “giorno”, un “oggi”, un “ieri”. in pratica da quando sono qui, è stato tutto un unico lunghissimo continuo giorno. Quindi perché dico così? Posso dirglielo subito, no? «Sisifo, sei un imbecille!» Non so se mi ha capito, ma si gira verso di me. «Quel masso non resterà mai su, coglione! È inutile che tutte le volte fai quella faccia delusa. Da quanto tempo sei qua? E non l’hai ancora capito?». Per un attimo tutto l’inferno (o per lo meno la porzione che posso vedere io) si blocca. Silenzio (mi verrebbe da dire “un silenzio d’inferno”, ma non penso sia il caso). Vedo Sisifo che dall’alto della sua montagna, guarda prima me, poi il masso, poi ancora me, poi ancora il masso. Scende e ricomincia a spingerlo. Imbecille. Non ha capito un cazzo. Tutto l’inferno riprende il suo tran tran. Il mio demonietto (in totale sono cinque o sei a darsi il cambio, si assomigliano molto tra loro ma ormai li riconosco) prosegue a pungolarmi, io sono incazzato nero, credo che il castigo peggiore non siano le pungolate né l’alito fetido di ’sti demoni, ma proprio il dover sorbire tutte le lamentele degli altri dannati. In pratica, mentre i diavoli ci torturano, noi ci torturiamo a vicenda. E più la gente si lamenta, più sente il diritto di lamentarsi in un circolo vizioso di dolore, lamentele, pessimismo e fastidio. Non ce la faccio. Sbotto: «Basta lamentarvi, coglioni senza dignità!» Di nuovo, tutti zitti. Pure il mio demonietto di turno si ferma. «Se siamo qui è perché siamo stati uno figlio di puttana peggio dell’altro, quindi perché lamentarci? Subiamo quanto dobbiamo in silenzio, e basta, no? E che cazzo!». Il demonietto mi guarda, i dannati mi guardano, i demonietti degli altri dannati mi guardano. Insomma mi guardano tutti. Io fisso il mio demonietto e gli dico: «Cazzo guardi? Fai il tuo lavoro e non rompere». Quello fa una smorfia e ricomincia il suo lavoro. Piano piano, tutti i suoi “colleghi” lo seguono. Ma ora l’atmosfera è diversa: ci metto un po’ ad accorgermene, ma non si odono più lamentele, i gemiti di dolore sono più sommessi. Sembra che i dannati non patiscano più, o lo facciano meno. Un demonietto getta la frusta e si allontana dal suo dannato. Un secondo cerca di fermarlo, ma non ce la fa: quello prende e si allontana. Un terzo lo segue, e allora anche il secondo si accoda. Un altro demone, stavolta bello grosso sembra richiamarli all’ordine. Il primo dei tre gli risponde qualcosa. Sento un ruggito, da dove sono non riesco a vedere. Ormai tutti i demonietti torturatori si sono fermati. Alcuni parlottano, altri sembrano in attesa. Arriva una nuova voce, come un ruggito fragoroso. Tutti corrono a riprendere il loro posto e la loro attività. Vuoi vedere che era il gran capo in persona? E rieccoli lì di nuovo a frustare, pungolare, tirare… abbi, vi risparmierò i dettagli più raccapriccianti. Ma ora l’atmosfera è più pacata, più noiosa… forse addirittura triste. Scazzata? Si può dire “scazzata” all’inferno? C’è un cambio di turno, un altro, poi arriva un demone, un po’ più grosso degli altri, suona una tromba (il primo vero suono fastidioso da un bel po’ di tempo in qua), e con una serie di grugniti legge una pergamena (o qualcosa di simile). Un sospiro di delusione da alcuni demonietti, di sollievo da parte di altri e poi… veniamo liberati??? Non ci credo!!! Io vengo slegato dalle mie catene, Tantalo tirato fuori dal suo laghetto (però non gli fanno bere né mangiare nulla, bastardi!), Geltrude e Lucrezia lasciate andare da… no, non volete saperlo per davvero. Ci mettono in fila, e ci indicano una porta. Noi li guardiamo attoniti. Un demone, abbastanza grosso, schiocca una frusta e i primi dannati si avviano verso l’uscita. Io li seguo, ma tutti ci fermiamo, quando udiamo un grido di vittoria: è Sisifo con quel suo stramaledettissimo macigno. Ora è in cima alla montagna, e sta lì. Beato lui. Dopo un po’ di tempo, siamo tutti fuori da quella grotta che per giorni/anni/secoli (a seconda dei casi) è stata la nostra prigione. Un demone ci urla qualcosa che non capiamo (ma sicuramente non è un saluto), e chiude la porta. Su di essa c’è un insegna: “Per me si va tra la perduta genti”. Nudi, feriti, affamati (Tantalo soprattutto), senza un soldo e probabilmente senza nemmeno più un parente in vita: un po’ perduti lo siamo ancora, mi dico. Poi però vedo Sisifo, ancora esultante per il suo masso, che riceve i complimenti da Geltrude per i muscoli che gli son venuti. Oh, sapete che vi dico? “Uscimmo a riveder le stelle”: abbiamo tutti una seconda possibilità, quella che molti di noi chiedevano mentre eravamo la sotto: sfruttiamola. «Signorina Lucrezia, scusi, posso dirle due parole?»